Scuola I corsi dovrebbero svolgersi negli istituti in cui i risultati sono stati più modesti

Test Invalsi, i presidi favorevoli alla formazione obbligatoria dei prof

Dopo il decreto del Governo che impone l'aggiornamento ai docenti «Correttivi» Alcuni docenti chiedono prove differenziate secondo l'area di riferimento delle scuole

 

«Formazione sì, ma senza penalizzare gli insegnanti che lavorano in aree disagiate», «Nessun rapporto "meccanicistico" tra alunni "somari" e qualità dei docenti». «Aggiornamento obbligatorio per tutti gli insegnanti, come avviene nel resto d'Europa».Il decreto del governo che «impone» ai prof delle scuole più «scarse» nei test Invalsi, la formazione «obbligatoria» continua a far discutere professori e insegnanti. «Siamo favorevoli a questo provvedimento - commenta Mario Rusconi, presidente dei presidi di Roma e Lazio - è la prima volta da quindici anni che un Consiglio dei ministri si preoccupa di questi temi. E' giusto che i docenti che insegnano in aree più problematiche e difficili siano "supportati" da formazione e strumenti adeguati, ma è sbagliato pensare che ci sia un rapporto "diretto" tra la bravura di un insegnante e i risultati degli studenti». Luisa Viozzi, fino allo scorso anno è stata preside dell'istituto comprensivo (dalla materna alle scuole medie) «Pacifici» di Tivoli, che soprattutto nella succursale di Campolimpido, non ha ottenuto un alto punteggio negli Invalsi. «Ne abbiamo discusso anche tra noi docenti - racconta la preside, ora alla guida di una paritaria - e spesso è proprio il contrario di quello che si pensa: gli insegnanti che lavorano con ragazzi più problematici, che magari hanno un retroterra culturale molto povero, fanno uno sforzo enorme per portarli a livelli minimi di sufficienza, spesso sono più bravi degli altri e non mi sembra giusto penalizzarli. Abbiamo indicato al ministero che si dovrebbero inserire dei "correttivi di contesto" proprio per tenere conto della collocazione delle scuole. Un discorso che vale pure per alcune periferie di Roma perché è evidente che si è facilitati in contesti dove gli allievi, per estrazione culturale, sono più preparati. Anche per i "diversamente abili", che effettuano i test, preparati dai loro stessi professori in collaborazione con l'Invalsi, i risultati non incidono sul risultato complessivo della scuola. Formazione dunque sì, ma non con questo criterio di scelta». Il nuovo corso indicato dal governo potrebbe essere, per Rusconi «un primo gradino per aiutare chi opera in scuole di frontiera, dove le difficoltà non si contano, ma noi siamo sempre stati contrari all'abolizione, voluta dai sindacati nel 1996, dell'aggiornamento continuo dei docenti. Se non diventa un'attività obbligatoria, la maggioranza degli insegnanti "latita", anche perché e su questo hanno ragione - si ritengono sottopagati già per quello che fanno. Alla fine, però, chi ci rimette è la qualità del nostro sistema formativo: attualmente in Europa solo gli insegnanti di Grecia e Italia non hanno l'obbligo di aggiornamento e infatti sono sempre in fondo alle classifiche».RIPRODUZIONE RISERVATA

Fiorentino Flavia

[tratto dal Corriere della Sera di Domenica 15 Settembre 2013, Cronaca di Roma, p. 7]