Amori, affanni, attesa per il ritorno. E l’Italia in armi imparò a scrivere

Noi all’inferno senza morire

Guerra (ed emigrazione) spinsero una generazione analfabeta a prendere carta e penna. Quasi 4 miliardi le lettere e le cartoline scambiate

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Il censimento del 1911 registrava in Italia un tasso di analfabetismo medio del 37,6 per cento, nettamente più alto di quello delle maggiori nazioni europee. Furono l’emigrazione e la guerra a spingere gli illetterati verso la scrittura: una scrittura di necessità, alquanto sgrammaticata, ma non per questo priva di capacità comunicativa, anzi. Lo storico Antonio Gibelli definisce la Prima guerra mondiale «smisurata ed estrema in ogni suo aspetto»: e smisurata lo fu anche per la quantità enorme di scambi epistolari. All’indomani del conflitto, nell’ottobre 1919, «La Lettura», il mensile del «Corriere della Sera», attestò una movimentazione di quasi 4 miliardi di lettere e cartoline postali (messe a disposizione della Croce Rossa) tra quelle inviate dal fronte, quelle spedite dai civili ai militari impegnati in guerra e quelle scambiate tra commilitoni dislocati in diverse parti del fronte. Alla sterminata mole di epistolari bisogna aggiungere i diari e i taccuini privati, scritti a conflitto in corso o a posteriori.

Fabio Caffarena, studioso di scritture popolari che ha dedicato un saggio alle Lettere dalla Grande guerra (Edizioni Unicopli), sottolinea come sia possibile, attraverso gli epistolari, «mettere in luce le sfumature della guerra, evidenziare lo scarto che si determina tra il succedersi degli episodi bellici collettivi e i percorsi individuali all’interno dell’evento». L’epidemia della scrittura, aggiunge, contaminò tutti i combattenti, colti e incolti, con peculiarità linguistiche ed emotive del tutto singolari, rappresentando spesso una sorta di acculturazione indotta dalle urgenze pratiche e psicologiche.

Certo, la «guerra narrata», come segnala un capitolo del volume di Gibelli L’officina della guerra (Bollati Boringhieri), non è priva di cerimoniali rigidi, formule fisse, moduli stereotipati. È quanto ebbe a osservare con malcelata delusione il critico e filologo viennese Leo Spitzer che, da ex addetto alla censura austriaca, nel 1921 riunì e studiò i documenti epistolari dei prigionieri italiani. Va pur detto che alla rozzezza sintattica e morfologica dei testi — spesso improvvisati nei momenti di pausa e redatti su fogli precari magari appoggiati sulle ginocchia — non corrisponde affatto una piattezza espressiva né una banalità di contenuti. «Scrivere significava essere ancora vivi», annota Caffarena. E d’altra parte le missive di familiari e amici rappresentavano, per i soldati al fronte, la certezza di non essere stati abbandonati dai loro cari».

Il repertorio tematico, come si può immaginare, è molto ampio e dipende da vari fattori contingenti e personali. Ma alcuni motivi ricorrenti sono già stati individuati da Spitzer in altrettanti paragrafi del suo studio. Vediamoli con qualche breve estratto. Le rassicurazioni sulla salute e sull’umore: «Io dico che voglio stare alegro e mifacio sempre coraggio». Le scuse per la cattiva scrittura: «Rosa perdona della mia schifosa calligrafia». L’ansia di avere notizie e la gioia di ottenerle: «Sono con il cuore in mano per ricevere qualche tuo scritto». Il tormento della lontananza: «Och Cuor mio Quanti dolori och quanti pensieri (…) apensare La nostra distanza, la lontananza fra noi miserri e disgraziati». La fedeltà del sentimento: «La vita mi è di peso ma solo a pensare al tuo ritorno mi rianimo». L’attesa speranzosa della pace: «Addio tesor mio, soltanto mi auguro che presto tuonerà il cannone della pace e della vittoria». E poi: il racconto di un sogno premonitore o di un incubo; la richiesta di una fotografia o il commento di un’immagine. Il grande capitolo dei richiami alla vita familiare in corso: «Il nostro piccolo A. diventa tutti i giorni più grande e grasso ma la cattiveria supera la sua grandezza, egli vorrebbe sempre essere in strada oppure in stalla colle bestie».

Le implorazioni d’amore, come questa rivolta da un istriano alla sua sposa: «I vostri cari ochi dicono che non potete eser versa di chi vi ama crudele (…) che un amante piu fido di me non potete trovare, dite se avete qualche altro amante sesiete impegnata». Le parole di conforto e la condivisione con i compagni di sventura. Il senso di rassegnazione e/o di coraggio: «Nelluomo allegro cè laiuto. sun sun corda. ame»; le espressioni di una religiosità popolare, spesso ingenua o rituale. E il versante frequentatissimo che riguarda le domande di denaro e di generi alimentari: «Se potete mandatemi due fugase cote soto il fuoco che ame sono tanto oro», implora un soldato padovano da una zona di retrovia; la fame (un argomento su cui Spitzer ha scritto un importante saggio mai tradotto in italiano) e i disagi del cibo: «Caro padre — scrive, alla vigilia di Natale, un soldato in Boemia al genitore genovese — questo anno non si pesta il bacala oggi la vigilia abbiamo mangiato patate con sale perché qua non se ne conosce oglio e per non cundire colo lardo abbiamo mangiato questo»; le richieste di incarichi e di informazioni pratiche da parte di padri e mariti preoccupati del destino delle terre o dell’officina al paese.

Altri esempi? Una bellissima lettera citata da Caffarena e inviata da Gorizia il 17 febbraio 1917 al fratello da Salvatore, un soldato calabrese, testimonia bene la ricchezza dei motivi e dei toni schietti, a tratti incandescenti, concitati, autocommiserativi, involontariamente tragicomici: siete corrivo verso di me io non ti do’ torto, però la colpa non è mia se da Catanzaro non ti ho avertito. La colpa è di quel cornuto del tenenti che l’ultimo giorno che dovevamo partire ci fece uscire dopo le sette (…)». Si accenna all’invio di un «pacco con i calzetti di lana», aggiungendo che «adesso ne ho quattro paia e le tengo nascoste per paura che me li rubano perché qui vi è pure la nera». Viene descritta la condizione bellica precaria: «Si va male, le cannonate piovono tutti i momenti di giorno e di notte. Siamo vicini dei nemici. Le Cannonate, tanto delle nostre quanto di quelle austriache passano friscando sopra la nostra testa». Si racconta un «duello» tra aeroplani, uno dei quali «forse ha caduto nelle trincei».

Salvatore si sofferma anche sul suo lavoro in un’«officina elettrica», ma precisa che «ci anno fatto pure l’istruzione di lancia bombe ed un giorno abbiamo dovuto sparare due bombe di sopra il ponte dell’Isonzo. Mi anno dato pure la maschera contro i Gas asfissianti. Spero iddio che mi aiuta ma come vedo le cose si stanno complicando». Viene agitato il solito spettro della fame: «A noi per Economia ci danno sempre riso imbrodo (…). Qui alle soldati non basta la pagnotta e pane non se ne trova con i danari». Il denaro non basta: una cipolla costa 4 soldi, 3 soldi un’arancia, 26 soldi la pasta. «Io ho trovato il modo di mangiarmi due gavette perché ce uno amico mio che è cucinieri».

Qualcuno è più fortunato di Salvatore, come il contadino di Scicli Adriano Arrabito, che un Natale — lo racconta nel suo diario — si vede recapitare al fronte dalla famiglia un pacco pieno di dolci, aranciata, «citrata ben lavorata», fichidindia «di ottima qualità», condividendo tutto con i commilitoni. Adriano è uno spirito notevolmente più ottimista di Salvatore, che non risparmia al fratello le proprie ansie. Il giovane Arrabito, finito in una trincea della val d’Assa, preferisce affidarsi all’afflato religioso (protestante) e all’amore cieco per i suoi genitori (a cui invia 20 delle 43 lire mensili che riceve): «Il mio pensiero era sempre rivolto verso la mia cara famiglia che tanto amavo di vero cuore»; si lascia catturare dalla bellezza del paesaggio, «alberi di pini, cime di diversi montagni, cielo e terra»; apprezza i lamponi e «le funghe porcine». Aspetta un cenno di consenso a proposito di un agognato fidanzamento a distanza con Maria e quando riceve la lieta novella, gioisce: «A tale notizia il mio cuore provò tanta gioia perché il mio proponimento avviava verso il mio desiderio d’amore».

Linguaggi poveri, ma ad alta temperatura espressiva. Rare (certo, anche per lo spauracchio della censura) le esplicite condanne del conflitto o le invettive antipatriottiche, anche se, d’altro canto, la guerra non viene generalmente sentita come un ideale cui aderire con ardore: consapevolezza, piuttosto, realismo, un atteggiamento ben lontano da certe manipolazioni monumentalizzanti ufficiali. O qualche rimpianto per la vita civile lasciata al paese, come si intuisce leggendo la prosa decisamente malferma del contadino roveretano Massimiliano Sega, che pensa e ripensa al bestiame e ai terreni di casa: «Io stava bene zenza reztarhge un ssoldo a nenssuni in fatti dormiva trancuillo, e desso ssono un poveretto redutto zenza niente».

Spesso e volentieri, i disagi e i pericoli vengono invece taciuti a beneficio della tranquillità dei familiari, i quali però a volte riescono a cogliere l’inquietudine tra le righe. È il caso di Angela Gottero, la quale il 19 dicembre 1915 da Bibiana (Val Pellice) scrive al marito Luigi, fante contadino che in una lettera precedente aveva alluso a dieci giorni di combattimenti: «Si vede proprio che non mi vuoi spaventare perché non mi parli di niente di come ai passato quei 10 giorni beati ma il mio cuore mi dice che abbi volontà di dirmi tantissime cose ma che non abbi il coraggio». Probabilmente Angela ha ragione. In altri casi, la reticenza non riesce a trattenere la potenza tracimante dell’angoscia: «Non posso racontarti tante cose ti dico solo che sono caduto nell’inferno sensa morire», scrive un prigioniero da Feldbach a Candiolo (Torino). E se c’è viceversa chi esibisce baldanzosamente la propria crudeltà («Statemi a sentire come ebbi la bella sorte di poter sparare a un zuccone e vederlo nella propria trincea cadere a terra»), altri ammettono il trauma e la dolorosa responsabilità. Come quel tale Molinari che racconta alla moglie di aver dovuto fucilare, con altri sei soldati, un commilitone sospettato di voler fuggire: «Poverino si vede che non aveva proprio coraggio, e per cuesto a avuto la fucilazione al petto; lanno fatto sedere su di una pietra e la è bisognato spararci per forsa perché dietro di noi cera la mitragliatrice, e poi siè comandati non bisogna rifiutarsi, ma per questo io son molto dispiaciuto ben che ne ò visti tanti di morti, ma così mi ha fatto senso a letà di 34 anni… bisogna anche esere asasini».

Paolo Di Stefano

[tratto da Corriere della Sera - La Lettura di Domenica 11 maggio 2014]