Credo che soltanto il caso possa unire con un filo un insetto, una città, una istituzione pubblica ed un centro culturale.

    Il caso è quello legato alle vicende della mia professione che mi hanno portato, dopo Viterbo e Trieste, a Torino.

    In questa città che, per cromosomica vocazione alla riservatezza, si sottrae ai riflettori della fatuità ma che, per naturale vocazione al fare ed al saper fare, dà vita ad una società civile di notevole spessore culturale, ho avuto l’occasione di conoscere un torinese amante della Tuscia e appassionato d’arte (oltreché noto docente di economia) il quale, sentendomi parlare spesso di Viterbo, mi ha fatto dono di un prezioso manoscritto, redatto due secoli fa in questa città, che è appunto il filo al quale ho accennato in apertura.

    Il caso ha portato il prof. Enrico Filippi (così si chiama l’eminente torinese) nella “Libreria Antiquaria Bourlot” di Torino e, sempre il caso, gli ha posto sotto gli occhi un manoscritto del 1810 che trattava vicende di Viterbo………

    Siamo agli inizi del 1800: Napoleone scende in Italia dove, animato dal ben noto fuoco del fare e dell’organizzare trasferisce, nei territori sottomessi, il modello francese dell’ordinamento amministrativo che era, ed è ancora, fortemente centralizzato: dopo quello francese (1800) nasce, quindi ( aprile 1801 ), il prefetto “trapiantato” nei territori italiani  (Piemonte e Liguria ) annessi alla Francia; il primo prefetto “italiano” vedrà la luce, con la Repubblica Italiana - ex Cisalpina (e poi Regno d’Italia )-nel maggio 1802.

    Nelle province piemontesi ed in quelle liguri vengono chiamati a svolgere quelle funzioni notabili locali; nel Lazio, invece, la scelta cade su un francese ( perché?…): prefetto del Dipartimento del Tevere ( che comprendeva Roma e gran parte del Lazio, Viterbo compresa) è il Conte Camille de Tournon (molto giovane mi riferisce il prof. Bruno Barbini, preziosa memoria storica della provincia di Viterbo ).

    Appena insediato, il prefetto deve affrontare un grosso problema (per esperienza personale “i prefetti anche se non sono specialisti in niente debbono saper affrontare tutto“): le campagne viterbesi sono devastate periodicamente da un tremendo flagello: le locuste, meglio note col nome di cavallette.

     La ben nota voracità di questi insetti doveva  rappresentare, per  quell’economia incentrata essenzialmente sui prodotti della terra, una vera e propria calamità pubblica, per cui appariva giustificato e dovuto l’intervento del prefetto.

     Almeno altri tre motivi spingevano però il Conte di Tournon ad intervenire sollecitamente e concretamente :

-         Napoleone esigeva che l’azione del Governo, col nuovo ordinamento, si irradiasse su tutto il territorio senza soluzione di continuità ed a tal fine aveva istituito i prefetti che dovevano costituire i gangli della intelaiatura sulla quale veicolare senza indugi l’azione governativa.

-         I prefetti, oltreché rappresentare l’esecutivo, dovevano adoperarsi per promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale nei territori di loro competenza in sintonia con gli indirizzi del Governo centrale  (sotto questo aspetto il Conte di Tournon ci ha lasciato una preziosa pubblicazione : Etudes statistiques sur Rome et la partie occidental des Etats romains, Paris 1831 ).

-         Roma, la città “santa”, era la vetrina dell’Europa e Napoleone voleva dimostrare che la svolta da lui impressa alla Storia si traduceva nel profondo rinnovamento delle condizioni sociali, economiche e culturali delle popolazioni .

    Ben conscio di questi compiti e convinto della necessità di liberare le campagne  viterbesi da quell’immane flagello, il Conte di Tournon pensò bene di approfondire la conoscenza del nemico da combattere e, soprattutto, delle armi con cui affrontarlo.

    Si rivolse allora ad una prestigiosa istituzione culturale viterbese che doveva avere dimensioni ragguardevoli se l’incarico di studiare il problema e fornire le risposte attese, venne assegnato ad una delle sue sezioni. L’istituzione era l’  “Accademia di scienze ed arti degli Ardenti di Viterbo” la sezione, quella agraria.

    Il presidente dell’ Accademia Paolo Cecchini affidò lo studio al socio onorario Pietro Liberati ed alla commissione accademica nelle persone del dott. Giuseppe Matthey e del naturalista Francesco Orioli.

    Lo studio, molto complesso ed articolato, venne ultimato nel 1810 e presentato:

     “A S.E. IL SIG. CONTE DI TOURNON PREFETTO DEL DIPARTIMENTO DEL TEVERE” con il seguente titolo:

     “DISSERTAZIONE SULLA NATURA E QUALlTA’ DELLE LOCUSTE E IDEA DI UN PIANO RAGIONATO PER LA LORO INTIERA ESTIRPAZIONE”

    La veste editoriale ed il valore del manoscritto sono così descritti nell’expertise: “… volume manoscritto coperto da una legatura in pieno marocchino color avana del tempo. I piatti del volume sono riccamente ricamati in oro ai piccoli ferri . Interessante ed unico documento legato al periodo napoleonico in Italia”.

    Il manoscritto si apre con una citazione :

    Mille animalium species creavit Deus, sexcentas in mari et quadrigentas in terra, sed  horum  prima pestis est LOCUSTA. (Bocharto “De animal. Scriptur.”).

    Scorrendo il manoscritto, facciamo la conoscenza con le caratteristiche dell’insetto che ha una testa lunga come quella di un cavallo, donde il nome di cavalletta, e con le sue abitudini predatorie donde il nome locusta dalle parole latine “locus” e “ustus” (terra bruciata). Leggiamo poi la descrizione dei sistemi più efficaci per combattere la diffusione di questi insetti, che sembrano succubi di un “genio predatore”; per ogni metodo vengono descritti i limiti e gli inconvenienti, per cui la soluzione suggerita è quella di un mix che tenga conto della natura del terreno e del tempo dell’intervento.

        Dopo 61 pagine di dissertazione, la conclusione speranzosa ma, soprattutto, accattivante :

   Egli è soltanto in questo modo che noi possiamo esser salvati dal devastator flagello della Locusta. Egli è soltanto sotto l’egida di un Governo tutelare e benefico, quale è quello sotto di cui abbiamo la fortuna di vivere, che possiamo sfidarne i rabbiosi assalti. Allora cesserà per noi il tempo di esclamare con il profeta Gioele ”Depopulata est Regio, luxit humus, devastatus est triticum, confusum est vinum elanguit oleum”, ma verrà quello di ripetere esultando con lo stesso sacro vaticinatore “Implebuntur arae frumento, et redundabunt torcularia vino et oleo, et reddam vobis, quos comedit Locusta“.

    Per un caso quindi :

-ho fatto la conoscenza del mio primo predecessore nella carica da me ricoperta dal 1988 al 1995;

-è tornato a Viterbo un manoscritto di valore storico per la città;

-brilla di nuova luce la prestigiosa Accademia degli Ardenti che tuttora dà il nome ad una delle due biblioteche della città e che, insieme allo “Studium urbis” istituito sotto Paolo III, è un illustre antenato dell’attuale Università degli studi della Tuscia.

    Ma è stato proprio il caso che ha teso il filo degli avvenimenti che ho esposto?

    Perché non pensare, dando per un momento spazio all’ immaginazione, ad una sorta di “forza delle cose” che, ponendo rimedio alle nostre distrazioni, ci riporta su sentieri sventatamente abbandonati?

    Ingiustamente dimenticata, l’Accademia degli Ardenti si scrolla di dosso la polvere del tempo e riemerge con un suo prezioso prodotto che, seppure superato dal progresso scientifico e tecnologico dei nostri tempi, riesce a gettare luce su un periodo e su uomini (come Francesco Orioli) di notevole livello culturale per lanciare un messaggio, rivolgerci un invito che è poi quello della Sala Regia del Comune di Viterbo: heroes agnoscite vestros.

    Conoscere ( meglio, riconoscere ) gli “heroes” che ci hanno preceduto, perché? Sicuramente per trarne consiglio e indicazioni di rotta.

    Viviamo tempi in cui il ”pensiero meditante” è quasi del tutto soppiantato dal “pensiero calcolante” e, quel che resta, è offuscato dal “pensiero rappresentato”: volenti o nolenti assumiamo, acriticamente e senza filtri, la realtà rappresentata (quella obbiettiva è oramai un optional)  e su questa costruiamo i labili parametri di giudizio (cui seguono quelli comportamentali), destinati ad una effimera validità perché esposti a dolorose smentite e a necessarie revisioni che ci gettano  nella più completa confusione mentale.

    I tragici avvenimenti che quotidianamente salgono sulla ribalta delle emittenti TV ci costringono poi ad aprire gli occhi su una realtà, quella vera, rimasta nascosta dietro uno schermo sul quale “altri” mettono in scena le false immagini di una esistenza dalla quale possono essere banditi il sacrificio, l’impegno, il merito, la responsabilità personale perché tutto ci è dovuto, a scelta, dalla fortuna, dallo Stato o da altri.

    L’uomo sembra tornato in balia del “ Mito”? Se ben ricordo:

   -2500 anni fa circa, Socrate sconfisse il “Mito” con il “Logos” ed il destino dell’uomo, fino ad allora legato al volere o al capriccio degli dei, tornò a gravare sulle sue spalle: con il “Logos” Socrate pose l’uomo al centro dell’universo come misura di tutte le cose e artefice del suo destino.

   -2000 anni fa a quest’uomo responsabile fu proposta una proiezione   ultraterrena della sua esistenza: una alternativa, affidata alla sua libera scelta, per esorcizzare lo shock esistenziale del suo tragico destino di morte e, soprattutto, per improntare la vita alla promozione umana della società, alla solidarietà ed alla gratuità (il dare senza corrispettivo).

   -500 anni orsono, col Rinascimento, esplode il genio creativo dell’uomo in tutti i campi del sapere umano; non ci sono più frontiere invalicabili né limiti da  rispettare; la sete del sapere e del fare opera il divorzio della cultura umanistica dalla cultura scientifica. Quest’ultima consegna al terzo millennio scenari con orizzonti apocalittici per l’integrità del nostro pianeta (rischi da nucleare), per l’identità dell’uomo (manipolazione genetica), per la sua libertà (l’occhio del ”grande fratello”…..di G. Orwell ovviamente non quello della spazzatura televisiva!).

    Forse, per esorcizzare i nuovi tragici destini di morte, occorrerà mettere mano ad un nuovo Rinascimento suturando la dicotomia della cultura in modo che quella umanistica torni ad essere il denominatore di tutta la cultura scientifica.

    L’enormità dell’impresa non fornisca alibi al disimpegno. Ognuno si senta coinvolto cominciando, almeno, a diffidare dei miti e dei falsi idoli che, ogni giorno, ci vengono propinati  per  riscoprire poi i nostri “heroes” dal cui esempio trarre nuova linfa per una vita guidata dal sapere.

    Il “sapere per la vita”, seguendo l’insegnamento di S. Bernardo (richiamato anche, in parte, nel “logo” dell’Università degli studi della Tuscia): 

  Sunt qui scire volunt ut scientiam suam vendant vel pro pecunia vel pro honoribus et quaestus est

  Sunt qui scire volunt ut sciantur ipsi et vanitas est

  Sunt qui scire volunt ut aedificentur et sapientia est

  Sunt qui scire volunt ut aedificent et charitas est

 Ci sono coloro che vogliono conoscere  per vendere la loro scienza in

  cambio di denaro o di onori: è commercio.

 Ci sono quelli che vogliono conoscere per farsi conoscere: è vanità

 Ci sono quelli che vogliono conoscere per realizzarsi: è sapienza.

 Ci sono coloro che vogliono conoscere per costruire: è amore.

    Il “sapere per la nostra libertà”, ricordando l’ammonimento di un politologo inglese:

            La cultura rende un popolo facile da guidare e difficile da trascinare e ridurre in schiavitù.

            Il sapere, infine, come memoria che può essere sollecitata da un manoscritto riemerso da utilizzare come metafora per  metterci in guardia da altre cavallette: quelle che vogliono fare terra bruciata dei veri valori della vita, che vogliono toglierci il nostro passato e bruciare il presente nella spasmodica tensione di anticipare il futuro, che ci lusingano con ingannevoli miti e falsi idoli.

   Per debellare queste cavallette e per evitare che, come sempre avviene, il passato “presenti il conto”, non dobbiamo invocare nessun Conte de Tournon ; basterà usare il nostro “ logos “, è gratis.

 

 

          Mario  Moscatelli

 

Viterbo, Marzo 2002