[tratto dal Corriere della Sera di Mercoledì 30 Aprile 2014, p. 34]

a cura di Massimo Nava

È possibile che rigurgiti nazionalistici che percorrono la società europea abbiano contagiato le grandi imprese o, più probabilmente, che la globalizzazione - per parafrasare Andreotti - logori chi non la domina o non sappia approfittarne. La partita che si sta giocando in questi giorni a Parigi e a Londra per la conquista di colossi industriali in settori di fondamentale importanza strategica (energia, trasporti, farmaceutica) racconta una globalizzazione molto diversa da come l’hanno immaginata i suoi profeti, molto più simile alla competizione per la sopravvivenza o per il primato che si svolge in ogni epoca in natura : il pesce grosso mangia il pesce piccolo e a poco serve evocare interessi nazionali, difesa di posti di lavoro, pericoli di colonizzazione o desertificazione industriale, perimetri di sovranità culturale o di pubblico interesse.

Anche perché l’invocazione viene dalla politica -nazionale ed europea-, la grande perdente fra gli attori in campo, quando non è semplicemente distratta, assente, inconsapevole della posta in gioco nell’interesse della collettività.

Il caso francese -la battaglia fra l’americana General Electric e la tedesca Siemens per il controllo di Alstom (il gigante dell’energia nucleare e dei treni superveloci, un primato dell’industria transalpina)-  non è nemmeno una novità per un Paese declinante che da tempo va perdendo totalmente o parzialmente il controllo dei suoi pezzi pregiati: Peugeot ai cinesi, Pechiney ai canadesi, Arcelor agli indiani per citare i casi più recenti, mentre sembrano lontani i tempi in cui erano i francesi a fare conquiste globali, dall’auto alla moda.

Il presidente François Hollande e il suo «patriottico ministro dell’Industria, Arnaud Montebourg, pur di contrastare l’offensiva americana, hanno chiamato in soccorso la tedesca Siemens, una soluzione in extremis che porterebbe alla creazione di due «campioni» europei, attraverso lo scorporo di Alstom, uno dell’energia e uno dei trasporti, ma il peso specifico dei francesi risulterebbe comunque ridotto, essendo evidente che il soccorso dei tedeschi sarà tutt’altro che indolore.

Molte sono le ragioni di questo smacco: l’insostenibilità dei costi industriali e della fiscalità, il costoso salvataggio di Alstom voluto a suo tempo da Sarkozy, un certo vizio molto francese di difendere a senso unico le proprie industrie, il famoso «patriottismo industriale», senza avere oggi più la forza di reggere l’onda d’urto che arriva da varie parti del globo. Resta tuttavia la preoccupazione legittima di difendere comparti d’importanza vitale per il Paese.

Diverso, ma altrettanto significativo per le conseguenze e le reazioni, il caso britannico, la faraonica offerta (100 miliardi di euro) avanzata dal colosso farmaceutico americano Pfizer per mettere le mani sulla londinese AstraZeneca, creando così il più grande gruppo farmaceutico del mondo che, fra l’altro, monopolizzerebbe brevetti e farmaci anticancro di nuova generazione. Caso diverso, perché all’origine dell’offerta c’è innanzitutto un calcolo fiscale, per mettere in bilancio enormi profitti accumulati all’estero e godere della tassazione inglese sui profitti societari, inferiore a quella americana. Ma, paradossalmente, in un quadro finanziario e fiscale diverso, si producono situazioni comparabili, sia che l’impresa in questione sia appetibile o sia in perdita.

Per gli inglesi, a quanto pare, è solo questione di prezzo e il governo non è insorto come in Francia. Al contrario, si valuta positivamente l’attrattività della piazza londinese per gli investimenti stranieri. Ma proprio il Financial Times riportava ieri le preoccupazioni di esponenti politici, ricercatori e sindacati per le conseguenze dell’acquisizione sui posti di lavoro, sugli investimenti e sullo sviluppo della ricerca scientifica, un primato britannico.

Vale la pena di ricordare che all’inizio della grande crisi finanziaria, mentre gli Stati Uniti lasciavano fallire Lehman’s Brothers, proprio gli inglesi furono i primi a nazionalizzare una banca in difficoltà. E vale la pena di ricordare che proprio gli Stati Uniti non esitano ad alzare barricate doganali e legali quando si tratta di difendere interessi industriali nazionali. Vicende di ieri e di oggi confermano che la globalizzazione ha ridotto e annullato le barriere, ma i buoni propositi di governance globale non hanno mandato in soffitta le bandiere. Stati e imprese nazionali giocano la partita della competitività in ordine sparso, senza esclusione di colpi, compresi quelli sotto la cintura. E se vale la legge del più forte, a pagare il conto più alto non possono che essere i Paesi europei: i più piccoli, in ordine sparso, senza una visione d’interessi comuni. Nemmeno di fronte ai colossi dell’energia che rispondono agli ordini di Putin.