Mappe domestiche Nonostante la tecnologia non ci liberiamo dagli oggetti, anzi. Tra psicanalisi e passioni, un rito anti caducità

«La confusione è fresca, illusoria, giovane». Oggi tutto sta in un tablet, ma solo le cose ci rendono «eterni»

[tratto dal  Corriere della Sera di Sabato 24 maggio 2014, p. 37]
a cura di Roberta Scorranese

Infiniti orizzonti di libri, colline di maglioni abbandonati, radure di vecchi VHS che chissà, un domani, magari..., i nipoti. Il paesaggio del disordine somiglia a una veduta impressionista, dove il caos non è quasi mai tale perché risponde a un disegno interiore. Lo sanno i raccoglitori (raccoglitori , nell’accezione contadina, non freddi collezionisti ) di libri, che detestano i volumi in ordine alfabetico sugli scaffali, sedotti dal concetto di disordine junghiano: «In ogni caos c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto». Lo stesso Jung, dopo la rottura da Freud, volle differenziarsi dal maestro edificando per sé e per i suoi amori paralleli una casa ordinata, a dispetto dello studio del viennese invaso dalle statuette antiche.

 E dunque. Dopo decenni di indiscriminato feng shui casalingo, con il suo ordine coltivato; dopo la recente ondata di saggistica americana con radici induiste che ci insegna a sistemare il salotto come pratica di cura interiore, ci si chiede: non è giunto il momento di rivalutare il disordine? Quel sentore domestico dei giornali sparsi sui divani e della biancheria alla rinfusa nei cassetti? «Certo, evviva - dichiara entusiasta la psicologa Silvia Vegetti Finzi- : il disordine è giovane, fresco, sa di illusioni. Che cos’altro è se non illusione il conservare gli oggetti, sperando che ci sopravvivano come nella tomba del Faraone?». Stando alla sua esperienza, la cosa che più tendiamo ad accumulare sono i quotidiani («Come se volessimo voler fermare la caducità»).

Un caos metodico regna in casa di Michele Dalai, scrittore e editore della rinata Baldini Castoldi. «Vivo in mezzo a cose dalle quali non riesco a separarmi, soprattutto da un gigantesco pupazzo della Marvel. Però c’è una sfumatura funzionale in tutto questo: arrivo alla punta massima di disordine, specie nello studio, per poter praticare un meticoloso esercizio di ritorno all’ordine». Sollievo: siamo ben lontani dalla disposofobia o accumulo patologico, un disturbo serio dove ci si lascia morire sotto gli oggetti. Su Sky c’è la trasmissione «Sepolti in casa» che racconta storie simili, mentre celebre è il caso dei fratelli Homer e Langley Collyer: nel 1947 li ritrovarono seppelliti da 130 tonnellate di libri, film, dischi.

«Stabiliamo con le cose un rapporto molto profondo» ammette Alessandro Mendini, creatore di oggetti ironici ma dalla linea perfetta. «A volte penso allo studio del pittore Francis Bacon -continua il designer- e capisco perché senza quell’incredibile accumulo di cianfrusaglie non avrebbe mai creato le tele-simbolo del '900. Gli oggetti entrano a far parte di noi, soprattutto oggi che possiamo farne a meno». Già: in un tablet stanno una libreria, una videoteca e tutti i documenti, però, paradossalmente, come rilevano dati diffusi nel 2012 dall’Università di Padova, oggi si stima che tra il 2 e il 5 per cento della popolazione italiana abbia una tendenza esagerata all’accumulo. Conclude Vegetti Finzi: «Compriamo più cose perché più inclini al consumo, l’acquisto del cappotto o del divano “buono”, per dire, non c’è più». Facciamo più fatica a separarci dalle cose, insomma. Sarà un riflesso della fatica a diventare adulti?