Bruce_Chatwin_Alternativa_nomade

Bruce Chatwin

L'alternativa nomade
PREZZO: 26.00
 
PAGINE: 495
 
ISBN: 9788845928284
 
EDITORE: Adelphi
 
ANNO:2013
 

«Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?». Siamo nel febbraio del 1969: Bruce Chatwin ha rassegnato da tre anni le dimissioni da Sotheby's e ha appena deciso di abbandonare gli studi di Archeologia. Nonostante l'iniziale entusiasmo e il talento dimostrato in entrambi i campi, si è convinto che «cambiare» sia «l'unica cosa per cui vale la pena di vivere»; per questo scrive una lettera all'editore Tom Maschler in cui abbozza le sue idee per una storia del nomadismo – argomento che sente quanto mai affine. Il titolo è già pronto: L'alter­nativa nomade. Da questo momento in poi Chatwin si consacrerà al viaggio e alla scrittura, e se il libro che aveva progettato si rivelerà impubblicabile l'alterna­tiva nomade diventerà la stella polare della sua vita. Una vita in perpetuo movimento, che avrà come corollario una corrispondenza smisurata, per la gran parte raccolta in questo libro curato dall'amico Nicho­las Shakespeare e arricchito dalle note laconiche, affilate e a­morevoli della moglie Elizabeth. Scritte a partire dai sette anni, destinate ai genitori, alla moglie e agli amici (tra i quali Patrick Leigh Fermor e Susan Sontag), battute a macchina sulla carta intestata di Sotheby's, vergate con una Mont­blanc su fogli pregiati o scribacchiate su una cartolina con la matita spuntata di un hotel, queste lettere svelano su Chatwin molto più di quanto lui fosse disposto a lasciare trapelare dai suoi libri. Ma non compongono soltanto un'autobiografia involontaria: leggendole si ha semmai l'impressione di a­scoltare la voce di un narratore naturale, di un cercatore di storie, capace di fare del suo impulso al mutamento e della sua inappagabile avidità di conoscenze un'opera d'arte.

 

La domanda a cui cercherò di rispondere è: «Perché gli uomini vanno girovagando invece di starsene fermi?». Ho proposto un titolo - L’alternativa nomade. Ovviamente non lo useremo. È un titolo troppo razionale per una materia che fa appello a istinti irrazionali. Per il momento esso ha il vantaggio di suggerire che la vita del nomade non è inferiore a quella del cittadino stanziale. Devo cercare di vedere i nomadi come si vedono loro, guardando alla civiltà con invidia o diffidenza. Per civiltà intendo «vita nelle città», e per persone civili quelle che vivono nell’ambito di una civiltà urbana che sa leggere e scrivere. Tutte le civiltà sono basate sull’irreggimentazione e su un comportamento razionale. I nomadi sono incivili, e tutte le parole usate tradizionalmente nei loro confronti sono cariche di pregiudizi civili - randagio, vagabondo, instabile, barbaro, selvaggio ecc. I nomadi erranti hanno per forza di cose un’influenza disgregatrice, ma il biasimo di cui sono oggetto è sproporzionato al danno materiale che causano. Questo biasimo è razionalizzato e giustificato con una falsa pietà. I nomadi sono esclusi; sono dei reietti. Caino «errò sulla superficie della terra».