[tratto dal Corriere della Sera - La lettura - di Domenica 15 Febbraio 2015, p. 23]

Habeas corpus. Un istituto medievale tuttora violato

a cura di Michele Ainis

 Ha otto secoli, però non li dimostra. Anzi: per certi versi il suo linguaggio è più fresco, più diretto e colloquiale, rispetto alle contorsioni semantiche con cui ci allieta la «Gazzetta ufficiale». Eccola dunque, la Magna Charta Libertatum, la Dichiarazione dei diritti che illumina l’alba della nostra civiltà giuridica. Concessa da un re debole — Giovanni Senzaterra — ai suoi baroni il 15 giugno 1215, rimane ancora valida nell’ordinamento inglese, benché modificata e integrata da altre leggi, da altre dichiarazioni normative. Tre soprattutto, battezzate nel corso del Seicento: il Petition of Rights (1628), l’Habeas Corpus Act (1679), il Bill of Rights (1689). Poi, certo, otto secoli non trascorrono invano. A curiosare fra i 63 articoli della Magna Charta, ti cadono gli occhi su enunciati che oggi suonano bizzarri, figli d’un tempo ormai concluso. Per esempio, l’ordine di rimuovere tutti gli sbarramenti per catturare pesci nel Tamigi. L’obbligo di pagare il frumento in contanti. Il divieto di costringere chicchessia a costruire ponti sui fiumi. O ancora la norma secondo cui gli eredi dei nobili non possono sposare persone d’estrazione sociale inferiore. Quell’altra che tutela i debitori degli ebrei. Infine la regola che proibisce di procedere per il reato di omicidio su accusa d’una donna, a meno che non sia la vedova.

Ma dopotutto non è per tali aspetti che celebriamo questo anniversario. Né, in realtà, perché il diritto cominci dalla Magna Charta. Prima vengono il Codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C.), il Cilindro di Ciro il Grande (VI secolo a.C.), le leggi dei Greci e dei Romani. Non il diritto, bensì i diritti — nel senso in cui li concepiamo adesso — trovano nella Magna Charta la propria scaturigine. O meglio i diritti di libertà, dalla libertà dei commerci a quella religiosa. E soprattutto la libertà personale, che concettualmente le precede tutte, tanto che nel 1947 gli stessi costituenti italiani v’aprirono il catalogo dei diritti fondamentali. Usando parole che riecheggiano l’articolo 39 della Magna Charta: «Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, privato dei suoi diritti o dei suoi possedimenti, messo fuori legge, esiliato o altrimenti rimosso dalla sua posizione, né Noi useremo la forza nei suoi confronti o demanderemo a ciò altre persone, se non per giudizio legale dei suoi pari e per la legge del territorio». Da qui il doppio strumento che ancora adesso ci difende dagli arresti arbitrari: riserva di legge e riserva di giurisdizione. Da qui l’Habeas corpus, che alla lettera significa «abbi il corpo». Ossia l’atto (writ) col quale s’ingiunge a chi detenga in custodia una persona di presentarne il «corpo» davanti a un giudice legittimo. In quel testo forgiato nel Medioevo s’affaccia per la prima volta una tutela contro gli abusi del potere, e la tutela opera anche al di fuori del campo penale (per esempio nei riguardi dei malati di mente). Di più: v’è l’embrione del «giusto processo», come lo chiamiamo oggi. Sicché le prove devono apparire convincenti. I giudici vanno reclutati in base alla loro professionalità, e non possono trovarsi in conflitto d’interessi. Le pene devono essere proporzionate ai delitti.

Dall’Habeas corpus all’Habeas mentem, dalla libertà personale alla libertà morale. Nella giurisprudenza della Corte suprema americana così come di quella italiana (a partire dalla sentenza n. 30 del 1962), questa garanzia ha finito per proteggere, oltre alla libertà fisica degli individui, anche il processo di formazione della loro volontà, delle loro convinzioni. Dunque stop alla pubblicità subliminale, al siero della verità, e ovviamente a ogni forma di tortura poliziesca. Insomma, in otto secoli la Magna Charta ha dimostrato una potente capacità generativa. Ma l’esperienza, in Italia e nel resto del pianeta, è spesso degenere, segna un regresso della nostra libertà. Quanta ne abbiamo in circolo? In che misura possiamo disporre del nostro corpo, del nostro essere fisico? E siamo davvero tutelati dal sopruso, dall’invadenza dei poteri pubblici e privati?

Qualche dato alla rinfusa. Nelle carceri italiane (al 31 dicembre 2014) soggiornano 53.623 detenuti; fra questi, 19.590 non hanno mai ricevuto una sentenza definitiva di condanna. Presunti innocenti, per la Magna Charta e anche per la Carta costituzionale; ma puniti in via di fatto. E meno male che l’Italia bandisce la pena di morte, praticata tuttavia da 58 Stati al mondo (con 2.400 esecuzioni in Cina nell’arco del 2013). Dopo di che, dentro e fuori dei nostri confini, preme il terrorismo, una minaccia che oscura l’Habeas corpus. È già successo dopo gli attentati alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, sta per succedere di nuovo.

D’altronde non è solo di questo che si tratta. Nei rigori di legge contro gli obesi e i fumatori, nelle restrizioni che colpiscono la fecondazione assistita, la transessualità, il rifiuto dell’accanimento terapeutico, aleggia la sinistra evocazione di Michel Foucault: lui ci insegnò come il potere miri a controllare innanzitutto il corpo delle persone, e come un potere dispotico in conclusione lo confischi, se ne renda padrone. Oggi come ieri, c’è quindi bisogno di liberare i nostri corpi, per liberarci l’anima. E possiamo farlo anche riscoprendo la lezione d’un testo normativo che ha 800 anni sul groppone.