A cura di Marin Rogić

[03 Luglio 2013]

 

21.30 del 18 marzo 1981, dal primo canale RAI, entrò nelle nostre case una trasmissione che avrebbe segnato la storia della televisione italiana. In uno studio modesto, per certi versi angusto, e sulle note di Bach (Aria sulla quarta coda), comparve un giornalista già noto anche se non ancora familiare al grande pubblico, ma destinato a divenire, oltre che il più celebre divulgatore scientifico italiano, una delle figure più apprezzate del panorama televisivo nazionale: Piero Angela. La sua prima trasmissione scientifica, Quark, all’epoca ruppe il muro di indifferenza, quando non addirittura di omertà, che vi era in Italia nei confronti della scienza. Da subito Angela si dimostrò all’avanguardia e con un linguaggio chiaro, accattivante ed efficace è stato capace di trattare diversi argomenti difficili, duri, complessi, rendendoli semplici e accessibili a tutti, affascinando così milioni di telespettatori e diffondendo la cultura scientifica che fino ad allora era rimasta relegata in spazi specialisti e di accesso off limits per il grande pubblico. Sulla scia del successo della trasmissione pochi anni dopo arrivò Super Quark, il nuovo appuntamento televisivo con la scienza che, sempre ideato e condotto da Piero Angela, si presentava ancora più ricco, stimolante e con temi sempre più affascinanti. Il resto è storia, una bella pagina di storia della divulgazione scientifica e di televisione intesa come vero servizio pubblico (come dovrebbe esserlo sempre) in Italia. Quello con La Voce del Popolo, che segue in queste colonne, è il primo contatto di Piero Angela con la realtà degli italiani di Istria e di Fiume.

 

Lei è stato l’ideatore e il conduttore del programma di divulgazione scientifica più seguito dagli italiani ”(e per italiani intendo anche gli italiani d’oltre confine, Istria e Quarnero): a partire da “Quark” è riuscito a far entrare la scienza nelle case di milioni di persone che fino a quel momento avevano rarissime occasioni d’incontro con il sapere scientifico ed erano abituati ad una tv che proponeva o divertimento o tematiche culturali di taglio umanistico. Come è nata l’idea del programma e come mai si è scelto di chiamarlo proprio “Quark”? L’idea è nata negli anni Settanta quando pensai di creare una rubrica che potesse riunire collaboratori ed esperti scientifici per sviluppare un appuntamento fisso di scienza in televisione. Presentai alla RAI la mia proposta di una rubrica che si occupasse di scienza. Agli inizi si chiamava Quark per poi evolversi nel tempo in SuperQuark. Anche se ci sono stati dei cambiamenti, la rubrica ha mantenuto sempre il suo concetto di base che è quello di raccontare delle cose interessanti in modo chiaro e preciso. Da questa volontà è nato anche il titolo del programma. Quark è il nome che i fisici usano per indicare la particella più piccola conosciuta all’interno del nucleo dell’atomo. Fino ad oggi sono stati identificati sei tipi di quark, - che poi i fisici amano chiamare “quork” - e prendendo questo esempio come modello ispirativo, anche noi abbiamo pensato di andare nel più intimo delle cose, nel più intimo delle tematiche che desideravamo raccontare, utilizzando il quark come logo e simbolo del programma.

 

Piero Angela e la scienza. Quando e come nasce questo rapporto? Diciamo che sin da piccolo ho avuto un atteggiamento razionale e quindi la scienza ha da sempre fatto parte dei miei interessi. Da giovane incominciai a lavorare come giornalista, per 13 anni ho fatto il corrispondente dall’estero, poi ho condotto dei telegiornali. L’occasione per unirmi al mondo scientifico è avvenuta con l’approdo dell’uomo sulla Luna; ebbi infatti l’occasione di seguire le missioni Apollo 7,8, 9, 10, 11 e 12 dai terreni di lancio dei centri di ricerca e dalle industrie aereonautiche che partecipavano alle missioni. In quegli anni ho conosciuto scienziati che si occupavano di evoluzione, di origine della vita e anche di filosofia della scienza e parlando a lungo con loro ho pensato di fare questo lavoro a tempo pieno.

 

Lei è uno dei pionieri della divulgazione scientifica in Italia. Decidere di divulgare la scienza voleva dire anche mettere in discussione certezze che fino ad allora sembravano tali, ma anche convinzioni secolari. Ha avuto qualche caso di reazione grave alla sua attività? Tra la miriade di temi trattati nella mia carriera, mi sono occupato anche della pseudoscienza e questo fatto ha portato a bussare alla mia porta molti nemici. Ricordo che ebbi molte accuse e anche minacce. Questo è uno dei motivi che mi ha portato a fondare il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) che raccoglie alcuni dei più prestigiosi ed illustri scienziati italiani i quali hanno assunto un atteggiamento molto critico nei confronti della pseudoscienza che circola sempre più nell’informazione, ma anche e soprattutto nella cultura generale. Noi cerchiamo di dare una risposta razionale a fantomatiche soluzioni che vengono presentate da discutibili personaggi.

 

Dal debutto di Quark, nel 1981, fino ad oggi, com’è cambiata la trasmissione? Noi abbiamo incominciato nel 1981 con il programma che durava cinquantadue minuti. Nel 1994 è cresciuto a un’ora e cinquanta e quindi abbiamo dovuto allargare le collaborazioni, ma anche inserire all’interno una parte dedicata al documentario naturalistico, altrimenti la sola scienza per quasi due ore sarebbe diventata molto pesante. Naturalmente, nel corso di questi 30 anni, sono avvenuti molti cambiamenti anche dal punto di vista delle tecniche televisive, in particolare la disponibilità di nuovi design e tecniche di presentazione audio-visiva grazie all’evoluzione della computer grafica. Poi il linguaggio si è adeguato a quella maggiore rapidità che negli ultimi anni caratterizza la maggior parte dei programmi di informazione. Abbiamo allargato molto gli argomenti aggiungendo temi come l’economia, la società, la storia, ecc. Oggi nel nostro programma abbiamo una rubrica fissa di storia, una di tecnologia e una nuova di astronomia che si vanno ad aggiungere ai servizi che noi chiamiamo “Scienza e Società”, cioè reportage che presentano gli effetti che la scienza produce sulla società.

 

Come giudica la divulgazione scientifica in Italia? Da quando ho iniziato ci sono state varie fasi, di alti e di bassi, per quanto riguarda la divulgazione scritta. C’è stato un momento in cui c’erano diversi settimanali e mensili, tra cui Quark. A un certo punto si è arrivato a un sovraffollamento di queste riviste e l’eccesso di concorrenza ha portato alla morte di varie testate. Per quanto riguarda i giornali, purtroppo, si fa veramente poco per la divulgazione scientifica, sono pochissimi i quotidiani che hanno una pagina di scienza. Fa eccezione La Stampa di Torino che ha un antica tradizione in questo campo. Gli altri giornali, invece, danno solo notizie, non hanno una rubrica organica che diventi un appuntamento fisso per i lettori. Per quanto riguarda la televisione, il nostro gruppo (RAI) si è dato molto da fare in questa direzione, ci sono varie rubriche, tra le quali quelle di mio figlio “Ulisse” e “Passaggio a Nord Ovest”, che rivestono un ruolo importante all’interno del palinsesto e fanno dell’ottima divulgazione scientifica.

 

Secondo lei, le persone si rendono conto che la scienza ricopre anche un ruolo culturale nella società? Purtroppo c’è una carenza non solo di conoscenza e studio della scienza, ma di una cultura della scienza, cioè di un atteggiamento razionale o anche soltanto ragionevole per capire che certe cose che ci vengono presentate come possibili soluzioni sono soltanto delle intrusioni che non hanno nulla a che vedere con il mondo scientifico. Oggi giorno facciamo fatica a distinguere tra cose vere e provate e le cose false.

 

Il fatto che l’Italia sia un paese prevalentemente cattolico e ospiti il Vaticano, è stato un ostacolo in più nella già complessa missione di divulgazione scientifica? Per quanto mi riguarda, e ricordo che sono 30 anni che faccio questo mestiere, devo dire che da parte della RAI non ho mai avuto ostacoli di questo tipo. Naturalmente io penso che tutto si può dire se lo si dice con i fatti, con pacatezza e con la documentazione che prova questi fatti. Se si è in possesso di questi nessun tipo di divieto ti può fermare.

 

Recentemente l’Italia ha assistito a una serie di eventi che sono rimbalzati sui diversi media in cui sostanzialmente si faceva della “cattiva informazione scientifica”. Citiamo il caso Stamina oppure la vicenda degli animalisti che hanno fatto irruzione nel Laboratorio del Dipartimento di Farmacologia di Milano. E i media hanno comunque preferito sposare la tesi degli animalisti, alimentando così la disinformazione. Perché si continua a non dare credito alla voce della comunità scientifica? Purtroppo questo è un problema antico. L’Italia ha prevalentemente una cultura letteraria, umanistica, che in passato però ha avuto importanti personaggi con una cultura scientifica molto sviluppata. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata una chiusura verso il mondo della scienza ed in particolare sono emersi dei personaggi che hanno dato un’impronta più filosofica e letteraria alla scienza nella cultura generale che ancora oggi permane. Questo ha avuto risvolti negativi, non solo sull’informazione, ma sull’intera società, perché il nostro Paese non ha ancora capito l’importanza della ricerca e la maggior parte dell’informazione è assente in questi campi. Questo da voce a fantomatici personaggi che commentano a vanvera argomenti sensibili e delicati, per esempio i casi da lei citati o ancora quello più famoso del caso Di Bella, clamoroso all’epoca. Fare passare la voce di scienziati, che fanno questo di mestiere, è molto difficile; dare invece parola ad opinionisti, filosofi, che hanno sempre qualche cosa da dire su tutto, è molto più semplice, perché questi sono personaggi che assecondano il clamore, la speranza, ecc. E purtroppo l’animo umano, se non dotato di anticorpi, è malleabile facilmente.

 

La sua risposta ci apre la strada ad una domanda che riguarda un dilemma vecchio ma sempre impellente: il giornalismo scientifico dovrebbe essere come quello generalista, obbligato cioè a “sentire entrambe le campane”? Oppure i fatti non andrebbero mai mescolati con le opinioni? Guardi, la scienza non è come la politica. In quest’ultima ogni opinione è rispettabile, anche se ci sono opinioni un po’ strampalate queste devono essere rispettate. Nella scienza no, perché questa materia da risposte concrete, verificabili. Nel mio programma non posso fare venire uno che dice che la Terra è quadrata. Io ho avuto dei processi per diffamazione quando trattai la tematica dell’omeopatia.

 

Lei si riferisce a quanto avvenuto nel 2000, quando è stato citato in tribunale per diffamazione da due associazioni dopo che aveva affermato in una puntata di Superquark che la medicina omeopatica non ha alcun fondamento scientifico, e lo aveva fatto senza dare la parola ai sostenitori di questa disciplina. Ma è stato assolto in entrambe le cause. Com’è possibile che molti media continuino a spacciare l’omeopatia per medicina, nonostante l’assenza di qualsiasi prova scientifica? Questo accade perché le persone sono vittime di trappole mentali che sono legate a quello che in scienza si chiama “Pensiero magico”. La gente, quando è disperata, tende a credere a tutto e in questo caso si convince di potere curare i propri malori con prodotti che, come dicono i loro promotori, curano la persona e non la malattia. È tutto una paccottiglia pseudo filosofica che può provocare in certe persone false speranze. Quando ho avuto quella serie di processi, in tribunale spiegavo che non potevo portare in studio qualcuno che mostrava dei farmaci che sono scientificamente testati e mettergli di fronte uno che promuoveva farmaci che non avevano nessuna valutazione scientifica. Dicevo anche che non potevo metterli a confronto consentendo a uno di dire una certa cosa e all’altro di sostenere l’esatto contrario e poi rivolgermi al pubblico con la frase: adesso cari telespettatori scegliete voi. Questo non è possibile. Nella scienza bisogna dimostrare quello che si sostiene e l’omeopatia non è mai stata dimostrata. La credenza popolare, creata dalla cattiva informazione, porta purtroppo molta gente a pagare un conto molto salato.

 

Molti si lamentano dei tempi moderni:ambienti più inquinati, clima che cambia, fonti energetiche in esaurimento, nuove malattie, alimentazione sbagliata, ecc. Cosa si sente di rispondere a coloro che sostengono che “si stava meglio quando di stava peggio”? Nella mia lunga carriera ho scritto molti libri, 35 per l’esattezza, e molti di questi parlano proprio del rapporto passato e futuro. In assenza di tecnologia la gente non solo moriva di fame, ma era priva di libertà, di conoscenza, viveva in un mondo violento con pochissimi diritti. D’altro canto, la tecnologia ha modificato il lavoro, l’economia, la società, portando a benefici, ma spesso anche errori che devono essere previsti ed evitati. Io ho lavorato molto su questo campo, innanzitutto per cercare di denunciare tutti i guasti che la tecnologia può provocare soprattutto sull’ambiente, perché una cattiva gestione di quest’ultimo può provocare danni irreversibili ad altri sistemi. Il succo, se vuole, è questo: i fiammiferi sono molto utili per fare il fuoco e si sa l’importanza che ha il fuoco; ma se i fiammiferi vengono dati dai genitori ai propri bambini,senza spiegare loro come vanno usati e la casa prende fuoco, la colpa non è del fiammifero, ma dei genitori che non li hanno educati. Per contrastare l’uso sbagliato, a volte criminale, della tecnologia, occorre un’informazione adeguata che sappia rivolgersi con qualità a qualsiasi persona, sia questa colta o meno.

 

Secondo lei è più importante la cultura umanistica o quella scientifica? Oppure non c’è bisogno di stabilire gerarchie di questo tipo? Noi italiani abbiamo un esempio splendido di un personaggio che impersonava egregiamente entrambe le cose, Leonardo Da Vinci, che era un grande artista, ma anche un innovativo scienziato, un uomo di grande cultura umanistica, ma anche un tecnologo che faceva macchine, che progettava in continuazione. Bisogna essere razionali quando si devono affrontare delle scelte tecniche che riguardano l’energia, la tecnologia, lo sviluppo della società. Non si può andare avanti soltanto con il “cuore”.

 

Secondo lei i programmi scolastici italiani sono adeguati per un’efficace divulgazione del sapere scientifico? A scuola si insegnano le scienze, la biologia, la fisica, la matematica, la chimica, ecc., ma non si insegna la scienza, cioè i metodi, che sono la cosa più bella della materia. La scienza è sfida, bisogna sempre dimostrare quello che si dice, bisogna formare un metodo corretto e dimostrabile. C’è poi il piacere di cercare, di scoprire, non è che sapendo che 6 per 8 fa 48 si riesce a scoprire la formula dell’acido solforico. La scienza spiega non solo la vita, i fenomeni naturali, l’evoluzione, ma incomincia a spiegare che cosa è il comportamento, il cervello, cosa c’è dentro la materia. Poi bisogna dire ai giovani che la scienza affronta temi cruciali dell’umanità che fino a poco tempo fa si pensava appartenessero esclusivamente alla filosofia, come per esempio “chi siamo?” o “da dove veniamo?”. È compito della scienza oggi rispondere a queste domande e occuparsi di questi temi estremamente affascinanti. Si tratta di un fatto che troppo spesso viene dimenticato.

 

Dopo trent’anni di studi, di trasmissioni televisive, di contatti con i luminari della scienza mondiale, ha scoperto quale sia la cosa che la affascina di più del mondo scientifico? Il campo è veramente molto vasto. Ma una cosa che veramente mi ha colpito della scienza è il fatto che uno scienziato può dire con certezza tre semplici parole: “non lo so”. In un mondo di persone che credono di sapere tutto, il potere di dire con sicurezza e con fierezza “non lo so” è veramente una cosa rara. Confucio diceva: “La scienza è sapere quello che si fa e non sapere quello che non si fa”. La bellezza sta in questo.


Non tutti sanno che nelle sue vene scorre oltre alla scienza anche il jazz. Musica e scienza. Cosa accomuna questi due campi? In tutte e due c’è molta creatività. Come ha ben detto mi occupo di jazz, una musica che si compone, si improvvisa, c’è creatività. Ogni volta che mi cimento con uno dei due campi, c’è il piacere della scoperta. Poi c’è l’eleganza. Può sembrare strano, ma la scienza ha una sua eleganza che è data dal metodo e dalla capacità di sintesi, dall’abilità di trovare momenti che collegano il tutto in un modo non sparso ma lineare, capace di unire. Il piacere di scoprire, dopo avere fallito centinaia, migliaia di volte, una formula che ti permette di arrivare a una soluzione, ad un ritmo.