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Categoria: Educazione e formazione

Donato Petti

Liberi di educare in Italia come in Europa

PREZZO: 12.00
 
PAGINE: 127
 
EDITORE: Armando Editore
 
ANNO:2018 Se educare è vedere e far vedere; è conoscere il cammino e segnalarlo agli altri. È la missione più alta per ogni uomo, quella più impegnativa ed esaltante (dall’Introduzione)[1] tanto più prezioso ed opportuno si conferma il libro di Donato Petti Liberi di educare, in Italia come in Europa, edito da Armando in una delicata e complessa congiuntura socio-politica che vede la scuola attraversare una profonda crisi di valori e identità senza, per molti versi, riuscire a contrapporvi adeguate strategie complessive, anche (forse particolarmente) nel delicato campo della libertà d’insegnamento in Italia. In questo senso l’opera si segnala per la ricchezza e la puntualità documentale/informativa, la chiarezza espositiva – conseguita attraverso la tecnica “maieutica”, cara all’autore, del dibattito-questionario – soprattutto la passione argomentativa che aggira ogni tecnicismo, traspare ad ogni passaggio ed è il frutto di un trentennale impegno – come docente, dirigente, studioso e uomo di fede – al servizio dei temi nodali dell’istruzione, specificatamente quello oggetto della trattazione del quale può ritenersi, attualmente, fra gli esponenti più autorevoli e combattivi. Il saggio – che analizza le problematiche della libera scelta da parte delle famiglie in ordine alla scuola dei propri figli dal punto di vista giuridico-istituzionale, storico-politico ed economico fornendo un aggiornato e ricco apparato bibliografico – è introdotto dalla illuminata, solidale prefazione del filosofo Dario Antiseri (teorico popperiano di una consapevole fallibilità epistemologica come alternativa ad ogni dogmatismo, rinviene convintamente da tempo nel monopolio statale dell’istruzione la negazione dei più elementari fondamenti di giustizia sociale)[2] e prende le mosse proprio dalle implicazioni di carattere etico-legislativo.

Se Giovanni Paolo II, nella “Lettera alla Famiglia” del 2 febbraio 1994, ha riconosciuto ai genitori per primi, in qualità di educatori competenti “per” e nell”’amore, il diritto ad una consapevole alternativa del sistema formativo, tale prerogativa è sancita, come garanzia di libera coscienza, dal Diritto Internazionale (fondamentale, in questa direzione, la “Risoluzione del Parlamento Europeo” del 1984 che prevedeva l’obbligo, per gli stati membri, di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario, sino a quella, recente, del 2012) e dalla Costituzione della Repubblica che, nel riconoscere la pari dignità di ogni cittadino, ne garantisce altresì la libertà di scelta educativa, essenziale diritto/dovere (art. 30) da esercitarsi con il sostegno dello Stato (cfr. l’art. 31 e il discusso, nodale comma 3 dell’art. 33 per cui Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato). È dunque, sottolinea Petti, la Carta Costituzionale stessa a prevedere e tutelare l’istituzione scolastica come momento di interazione e partecipazione democratica del singolo all’interno di una comunità pluralistica in cui non è previsto alcun monopolio statale nella gestione dei mezzi d’istruzione, ma semmai promosso un sistema educativo parallelo indipendente nelle forme organizzative e dei contenuti […] favorito dal principio di sussidiarietà definito dagli artt. 118 e 120 della Costituzione medesima:[3] in questo senso tale sezione non poteva non concludersi con l’analisi dell’epocale legge n. 62 del 10 marzo 2000 la quale, da un lato, prevede sì piena autonomia per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico di una scuola che, spesso assai bene, assolve ad un servizio pubblico e dunque non può ne deve più definirsi riduttivamente (il tono è stato a tratti dispregiativo) “privata” ma “pubblica non statale” – che sia cattolica non altera la sostanza della questione – ma ha, dall’altro, manifestato vistose e precoci criticità. La mancata emanazione dei suoi decreti applicativi non ha, di fatto, consentito il conseguimento di una reale parità economica, consentendo solo ai ceti abbienti di preferirla, annullando l’indispensabile concorrenza nel settore dell’offerta formativa, contraddicendo il diritto naturale ad istruire ed essere istruiti in un clima di autentico pluralismo, come autorevolmente riaffermato dalla “Gravissimum educationis” e, alla fine, escludendoci da un’Europa che ha, e non da ora, approntato puntuali interventi nel settore (cfr. cap.VII). Particolarmente stimolante e ricco di suggestione ci è parso il cap. VIII, dedicato a quanti hanno autorevolmente sostenuto la libertà di insegnamento e la rassegna non sorprenderà solo gli specialisti in materia, data la diversità degli orientamenti filosofico-ideologici. Da Rosmini, severo critico della statolatria in nome di un convinto personalismo liberale antimonopolistico, a F. Bastiat (La cosa più urgente non è già che lo Stato insegni, bensì che lasci insegnare. Tutti i monopoli sono detestabili, ma peggiore di tutti è il monopolio educativo), da J.S. Mill, fautore liberista e liberale  di un apparato scolastico nel quale venga concretamente assecondata l’iniziativa privata, a Gramsci e Salvemini che – da un’ottica non sospetta e per questo menti realmente critiche e modernissime – hanno fermamente creduto che in una opportuna (certo regolamentata) dinamica concorrenziale con la scuola privata [questa era l’accezione in uso, n.d.r] le scuole pubbliche abbiano tutto da guadagnare e nulla da perdere, per giungere a personalità di spicco del mondo cattolico militante: L. Milani (non muoverei un dito in favore della scuola di Stato dove regna solo conformismo), E. Balducci, critico accanito di laicismi ipocritamente liberali tesi a minare le basi della scuola non statale a suon di politiche diffamatorie e scandalistiche, infine (probabilmente il più illuminato) Don Sturzo, che la campagna contro i liberali centralisti la iniziò nel lontano 1899 e additò, dantescamente, nello statalismo, nella partitocrazia, nell’abuso di denaro pubblico le tre bestie che divorano libertà, uguaglianza, giustizia e – vera, temibile anticamera del totalitarismo (fascista, nazista o bolscevico poco importa) – producono danni irreversibili massimamente nel settore pedagogico. Non potevano, evidentemente, mancare (cap. IX) – a suggello di un esaustivo quadro argomentativo – le questioni/risposte di natura squisitamente economica, alla fine nodo cruciale dell’intera tematica che vede l’Italia ultima in Europa, come puntualmente verificato nei dati/sondaggi del citato cap. VII. Ribadita la necessità di vincere l’indifferibile scommessa di fondare una scuola della società, questa dovrà risultare sostenuta e finanziata dallo Stato i cui compiti di promozione, coordinamento e controllo devono tendere, come sottolineato dalla “Carta degli impegni programmatici della scuola” emanata dalla C.E.I, non a limitare ma a potenziare il libero sistema dell’istruzione, affinché la scuola stessa possa divenire sempre meno istituzione e sempre più comunità all’interno di un non solo teoricamente postulato sistema scolastico pubblico integrato.[4] Per l’autore ciò può attuarsi attraverso i differenti canali del sostegno diretto alle famiglie o agli Istituti scolastici: il primo articolato negli strumenti del “Buono scuola” (erogazione annuale, ideata da M. Friedman, di un “costo standard” parametrato al costo unitario per alunno della scuola statale di pari livello)[5] e dello “sgravio fiscale” (realizzabile nelle forme dell’onere deducibile o del credito d’imposta), il secondo nell’istituto della “Convenzione” che, a fronte di aspetti positivi, presenta quello negativo di una implicita, latente (o quanto meno inconscia) dipendenza da direttive e indirizzi statali.

In conclusione, la libertà di opzione educativa della famiglia italiana per i propri figli è espressione della libertà inalienabile dell’individuo di scegliere, in assoluta autonomia, il proprio cammino di crescita umana ed intellettuale: percorso di vita, di matura responsabilità civica, di solidarietà nella costruzione di un progetto comunitario solidale, di rispetto delle ragioni più profonde e nobili della democrazia, indispensabili per costruire una società equa e tollerante. L’improrogabilità di tale prospettiva non è sfuggita ad Antonio Augenti e Gianpiero Gamaleri, che nella programmatica e densa Postfazione, fermamente convinti dell’urgenza di una nuova democrazia interiore dei comportamenti, hanno motivato la loro volontà di inaugurare la nuova collana “Scuola e Università 4.0” con il contributo di Donato Petti proprio per l’evidente rilevanza che il tema della libertà d’insegnamento riveste ai fini del più complessivo miglioramento della Scuola nel nostro Paese.[6] Parole anche evidentemente di augurio, oltre che di apprezzamento e fiducia, cui si unisce quello sincero del recensore nei leopardiani alterni perigli di una battaglia comune da anni condivisa.

 

Marco Camerini

 

 

 

[1] In corsivo citazioni e passi. Fra virgolette i testi di  riferimento.

[2] DONATO PETTI, Liberi di educare, in Italia come in Europa, Armando, 2018, p.8

[3] DONATO PETTI, op. cit, passim pp.37-42

[4] DONATO PETTI, op. cit., passim pp. 82-87.

[5] Vantaggi, limiti, critiche ed obiezioni di tale controversa soluzione vengono dettagliatamente analizzati alle pp. 93-98 del libro.

[6] DONATO PETTI, op. cit., passim pp. 115-121.

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