Un grande intellettuale americano, Norman Mailer, intervistato alcuni anni fa sulla situazione politico-sociale degli Usa, propose un'interessante distinzione tra conservatori di bandiera e conservatori di tradizione.

Sosteneva, infatti, che i primi sono molto abili a sbandierare le proprie opinioni,spesso poco meditate e quasi sempre aggressive,alle quali sono molto affezionati.

Ma, approfondendone le affermazioni, Mailer ne intravedeva la pericolosità e l'inconsistenza dal punto di vista sia pragmatico sia democratico. Molta retorica,molta demagogia ma scarsa incisività: quasi nulla relativamente al progresso,al benessere ed all'evoluzione civile di una società complessa.

I conservatori di tradizione, di converso, tra i quali Mailer in buone parte si individuava,pur avendo una ampia attenzione per i valori fondanti di una società, non si adagiano sulla riproposizione di slogan passatisti ma, della tradizione, colgono gli aspetti di coesione sociale, di partecipazione individuale e di slancio morale, per farne una sorta di trampolino di lancio,di base sicura da cui prendere le mosse per apportare contributi innovativi e soluzioni incisive di fronte ai problemi che lo sviluppo sociale e la complessità del mondo impongono alle nazioni.

Se utilizzassimo le categorie di Mailer per analizzare l'attuale situazione del dibattito sull'educazione e sulla formazione nel nostro paese, potremmo trarne delle conclusioni utili per cercare di dipanare la matassa aggrovigliata che appare rappresentare le molte contrastanti posizioni che rischiano di bloccare la scuola italiana.

Normalmente quando si discute di scuola ,ad ogni livello, la discussione avviene su basi precostituite, per lo più politico-sindacali e si tende ad oscurare,se non eliminare del tutto,due elementi fondanti in ogni dibattito serio che tenda a migliorare l'esistente: la funzionalità delle proposte e la loro pregevolezza e fondatezza culturale.

Pensiamo, ad esempio, alla "querelle" di alcuni mesi fa sui comportamenti inadeguati , clamorosamente indecorosi (oltre che contro la legge!) di alcuni docenti: si contrappone il codice penale al codice deontologico, facendo riferimento quasi esclusivamente agli ambiti sanzionatori da inserire nei contratti di lavoro. Si trascura completamente (involontariamente?) l'approfondimento di un sistema -funzionale, trasparente e moderno - di valutazione delle performances degli adulti della scuola, in questo caso docenti e dirigenti.

Facendo, dunque, riferimento ad una sorta di mansionario ottocentesco che normi ogni particolare della professione e trascurando quegli aspetti etico-professionali che devono essere alla base di un "lavoro" di grande spessore quale è la formazione dei giovani.

Si passa dunque da un rifiuto a priori,direi ideologico,di ogni valutazione dei comportamenti degli adulti, impegnati nella formazione, alla riproposizione di norme sanzionatorie, attente sì alla lesione dei diritti degli studenti ma prive di uno spessore di lungimiranza che privilegi gli aspetti educativi del "fare scuola", sottolineando gli impegni, costanti, ponderati e responsabili dei formatori.

Insomma: Normesì! Norme no! in uno schema dualistico fortemente contrappositivo. Mettendo completamente da parte ogni riferimento alla condivisione culturale  che dovrebbe  caratterizzare una comunità educante, superando individualismi egocentrici e chiusure psicologiche.

Naturalmente non si stanno evocando imposizioni "dall'alto", burocratiche e sostanzialmente inconcludenti ma, al contrario, si auspica una dialettica impegnata, interna ad ogni organismo scolastico, da cui scaturiscano una linea di condotta, una modalità relazionale con i giovani, le famiglie, il contesto sociale e le Istituzioni. Ma anche e soprattutto tra colleghi di lavoro.

Utopia? Miraggio? Forse, ma se non guardiamo oltre, rischiamo di impantanarci in un costante presente sommerso da contrapposizioni, rissosità, malavolontà.

I cui effetti si riverbereranno sulle "giovani" generazione anche quando più giovani non saranno.

Marzo 2018