Francamente, non se ne sentiva il bisogno. L’esame “conclusivo del secondo ciclo di istruzione” era stato ridisegnato appena diciotto mesi fa (aprile 2017), fra l’altro con attuazione differita di un anno. Non ha fatto neanche in tempo ad essere messo alla prova, che ha subito un ulteriore intervento correttivo. Senza che si potesse dire se qualcosa non aveva funzionato: così, a prescindere. Come tante altre cose, del resto.
Non si tratta in sé di interventi di portata molto rilevante: ma spiace di dover dire come, una volta di più, “è il tono che fa la musica”. In sostanza, quel che appare significativo è il messaggio implicito, più che le misure in sé. Come è noto, l’unica modifica adottata con il decreto legge “mille-proroghe” consiste nel differimento di un anno di uno specifico comma, quello che conteneva i requisiti di ammissione. In particolare, è rinviato al 2020 l’obbligo di aver svolto le prove INVALSI e quello di aver seguito le attività di alternanza scuola-lavoro. Cioè due punti-cardine della riforma introdotta dalla legge 107.
Il segnale non è bello. Si ripropone uno dei “vizi” nazionali più radicati, cioè l’allergia per tutto quel che suoni come impegno personale con relativa assunzione di responsabilità. Le clausole rinviate erano infatti “secche”: o si era adempiuto o non si andava all’esame. Punto. Ma questo deve essere sembrato troppo “duro” per i poveri bimbi: che a diciannove anni possono votare e sposarsi, ma non possono essere messi di fronte alle proprie responsabilità. Meno male che l’esame non si chiama più “di maturità” …
Ma il segnale non è bello anche perché toglie di mezzo, di fatto, le contestate prove INVALSI e l’altrettanto contestata alternanza: cioè due strumenti che, per vie diverse, tendevano a far emergere le tanto decantate competenze. Tutti ne parlano, tutti dicono di volerle porre al centro della didattica, ma a condizione che restino allo stato gassoso: se si tenta di andare sul concreto e di rilevarle/misurarle oppure di osservarle in situazione ed in pratica, allora scatta la molla del rifiuto. Sia pure mascherato, almeno per ora, da semplice rinvio.
Tutto il resto di cui si parla nei quotidiani di oggi come una novità era noto da un anno e mezzo, in quanto già contenuto nel DLgs. 62/17. C’era anche lì del buono e del meno buono, ma è inutile tornarci sopra adesso. Se mai, un ulteriore elemento di disappunto sta nel fatto che già il decreto 62 si presentava nel complesso come una misura di alleggerimento dell’esame, giudicato a ragione troppo macchinoso rispetto alla sua reale capacità di filtro. Alleggerimento che trovava qualche contrappeso nelle due misure ora rinviate: così, quel che toglieva difficoltà alla prova è rimasto, mentre quel che si presentava come un bilanciamento nel senso della serietà è stato tolto di mezzo.
Sembra insomma che il disegno politico – posto che ne esista uno – sia quello di svuotare progressivamente dall’interno l’esame conclusivo, visto che non si ha il coraggio di certificarne la morte, peraltro avvenuta da tempo. Ma quanti anni e quante riforme simulate ancora saranno necessari per arrivare a quel momento? E con quali costi, non solo economici, ma di danno recato alla nostra disastrata scuola ed ai nostri giovani? Perché è inutile negarselo: arrivati in quinta, gli studenti lasciano perdere mentalmente tutto il resto e si concentrano su quel passaggio finale, che nel frattempo diventa sempre meno significativo. Di fatto, un anno perduto ad attendere una prova che ha smesso di essere tale.
Fra cinque anni, nel 2023, si compiranno i cento anni dell’esame di maturità gentiliano. Vogliamo trascinare le cose fino ad allora? O, con un piccolo sforzo di fantasia e di coraggio, possiamo evitare a noi ed ai nostri figli il ripetersi inane di questo cerimoniale, con il suo corteo di scaramantici riti?
 
a cura di Antonino Petrolino