Cara Socia, caro Socio,

numerosi colleghi ci hanno posto dei quesiti relativi alla gestione degli scioperi proclamati in occasione dello svolgimento delle prove INVALSI.

Ritengo quindi opportuno richiamare alcuni princìpi di diritto univocamente affermati, al riguardo, dalla Corte di Cassazione.

Innanzitutto, chi intende scioperare ha pieno diritto di farlo. Costituirebbe comportamento antisindacale la condotta del dirigente volta a non consentire il libero esercizio del diritto di sciopero, e cioè a “costringere” chi vuole scioperare a non aderire allo sciopero stesso.

Il dirigente, però, ha piena facoltà di provvedere alla sostituzione del personale in sciopero, poiché è del tutto lecito che si opponga agli EFFETTI dello sciopero.

La sostituzione del personale scioperante con personale non scioperante è possibile se:

1) la sostituzione non comporta erogazione di salario accessorio;

2) la prestazione di lavoro richiesta al personale non scioperante è equivalente a quella del personale in sciopero;

3) il personale non scioperante è avvisato delle eventuali modifiche del proprio orario di lavoro con almeno un giorno di anticipo.

Per quanto riguarda l’inserimento delle attività lavorative inerenti all’effettuazione delle prove INVALSI tra i compiti di istituto, esso è stato espressamente disposto dall’articolo 1, comma 7 del d.lgs. 62/2017 nonché dall’articolo 51, comma 2 del decreto-legge 5/2012. Le decisioni di merito dei giudici del lavoro, sul punto, sono univoche: l’effettuazione delle prove non ha alcun carattere di discrezionalità e non è sottoposta ad alcun giudizio di validità da parte delle scuole e del personale coinvolto.

Il cosiddetto “sciopero delle mansioni” (consistente nel rifiuto di svolgere solo qualcuno dei compiti di lavoro anziché astenersene totalmente per una data unità oraria, con conseguente detrazione stipendiale) è illegittimo e ha condotto, in casi estremi, al licenziamento. Nel caso in cui un lavoratore non volesse ottemperare ad una disposizione di servizio ritenendola palesemente illegittima, avrebbe diritto di opporre formale rimostranza dichiarando le ragioni che, a suo avviso, vizierebbero la disposizione stessa. Qualora il dirigente la reiterasse in forma scritta, il lavoratore sarebbe comunque tenuto a ottemperarvi: l’eventuale, ulteriore, rifiuto costituirebbe infrazione disciplinare.

A supporto di quanto affermato, sono consultabili, tra tante, le seguenti sentenze emesse dalla Corte di Cassazione (Sez. Lavoro): 21 ottobre 2014, n. 25817; 6 agosto 2012, n. 14157; 19 luglio 2011, n. 15782; 16 dicembre 2009, n. 26368; 4 luglio 2002, n. 9709.

Un caro saluto.

Antonello Giannelli

 ANP

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