FENOMENOLOGIE DELLA VIDEOARTE NELL’ERA DELLA RIPRODUCIBILITÀ DIGITALE

    Le tecnologie digitali hanno ormai permeato il vissuto della contemporaneità, fino a insinuarsi nei circuiti di quell’agire artistico tradizionalmente abilitato a riflettersi nell’immaginario collettivo in forme “rallentate” del comporre, grazie al loro dispiegarsi come processo creativo ad avanzamento graduale che trovava svolgimento entro evoluzioni in progress del divenire. La consuetudine a proiettarsi nello spazio immateriale della rete per accedere alla marea dei flussi informativi ha però stabilito una diversa corrispondenza con la dimensione temporale, inducendo non soltanto la sensibile dilatazione delle potenzialità comunicative consentite alla sfera individuale ma anche l’ineludibile necessità a confrontarsi con risoluzioni e ritmi esplicativi vieppiù frenetici e incalzanti.

    L’accelerare delle operazioni connettive e il simultaneo sviluppo dello scambio su scala globale ha innescato radicali cambiamenti nelle strategie della prassi estetica, sollecite nel prefigurare orizzonti di narrazione critica od organizzare allestimenti discorsivi utilizzando i rinnovati apparati del repertorio inventivo. Ed è in un’ottica incline a ispezionare le articolazioni delle odierne applicazioni espressive, che alcuni lavori propongono un’originale rassegna dell’inventario tecnologico idoneo per offrire rappresentazione alle soggioganti mitologie della realtà virtuale.

    La consapevolezza di restituire valore alle virtù percettive del corpo tramite le differenti competenze dei canali sensoriali, ormai inariditi a causa della preponderante centralità assegnata alle proprietà cognitive della mente in concorso con la presunta oggettività analitica demandata allo sguardo, si coglie negli apparati performativi congegnati dallo Studio Azzurro (strutturato in una ventina di elementi attivi nel laboratorio sperimentale), che insistono nel formulare metafore sul recupero della tattilità grazie a un ambiente interattivo disseminato di tavoli sui quali compaiono immagini in movimento allorché gli spettatori ne sfiorano il piano di superficie con le mani, infondendo linfa vitale a quel materiale inerte se lasciato privo di calore umano. Sintonie d’intendimento sembrano rintracciarsi nei teatrini in miniatura composti dagli statunitensi Janet Cardiff e Georges Bures Miller, che incoraggiano le vibrazioni ricettive dello spettatore tramite variazioni sonore o visive talora impalpabili ma di sorprendente efficacia nel suscitare effetti illusionistici di spaesamento spaziale.

    L’investigare sugli inaspettati scenari dischiusi dallo sguardo (esperienza carica di valore metafisico poiché tramandata nel mito archetipo della caverna platonica), si ravvisa scopertamente nelle installazioni di alcune artiste, tra le quali si distingue la tavola apparecchiata della palestinese Mona Hatoum, in apparenza approntata per il pasto sebbene un’osservazione maggiormente oculata riveli sul fondo del piatto gli spasmi stranianti di una gastroscopia, che assecondano il gioco allusivo del titolo Gola profonda proponendo la prosaica visione dell’esame clinico anziché attingere ai repertori accattivanti del noto film erotico interpretato da Linda Lovelace negli anni settanta. Anche il lavoro dell’elvetica Zilla Leutenegger s’impernia sulla messinscena di una mensa solitaria, apprestata ricorrendo all’animazione di una pittura sul muro, dove la perdurante attenzione verso l’atto di consumo alimentare della protagonista risulta ben presto destinata a disarmonizzarsi in note di crescente e insostenibile imbarazzo.

    Mentre il video dell’argentina Mika Rottenberg tratteggia rovesciamenti di prospettiva capovolgendo le immagini della giovane inquadrata nel suo avanzare sulla neve, fino a invertire la regolare sequenza spazio-temporale (sotto-sopra e avanti-indietro) e provocare un comprensibile disorientamento delle normali coordinate di riferimento, le statunitensi Jessica Bronson e Diana Thater impiegano la manipolazione digitale per modificare i segnali percettivi irradiati dal campo d’azione prescelto. La prima imprime un cambio di registro alle sensazioni idilliache promananti dall’impaginazione paesaggistica deposta sui fotogrammi video, ricorrendo all’eccesso di pixelatura per ottenere lo sgretolamento della granitura visiva e snaturare completamente la qualità dell’osservazione, laddove la seconda interviene sulla conformazione dello spazio trasformandone l’aspetto consueto grazie all’utilizzo di luci colorate e inserti floreali, così da ridisegnare la decorazione murale e produrre l’illusione di un luogo situato in campagna.

    Effetti diversamente ricercati dall’irlandese Niamh O’Malley, che immette uno scenario di rondini in volo oltre i confini della finta apertura esterna proiettata sulla parete, accreditando un significativo parallelismo tra la realtà della finestra posta di fronte e l’apparenza della simulazione virtuale.

    Se il sudafricano William Kentridge preferisce avvalersi di disegni animati per illustrare le sue incisive narrazioni video, il binomio costituito da Marzia Migliora ed Elisa Sighicelli si adopera su versanti analoghi conferendo ai profili pittorici dei propri impianti coreografici una sensibile impronta di tridimensionalità, mentre Giovanni Ozzola assembla immagini da cui emerge una cronaca d’interesse collettivo che coinvolge la vis partecipativa dei protagonisti chiamati a condividere moventi comuni di scambio. Il supporto filmico è adoperato dallo statunitense Gary Hill per registrare la sua performance finalizzata all’abbattimento della parete muraria che separa due ambienti, sottintendendo l’affrancamento dell’azione artistica dai limiti imposti alla libertà dell’espressione creativa.

    Sulla funzione di testimonianza assegnata al procedimento filmico riporta la narrazione documentaria predisposta dall’inglese David Cotterrell, che si richiama alle proprie radici culturali rievocando il viaggio intrapreso in epoca settecentesca da un noto cartografo britannico nelle isole del Pacifico, così da favorire il processo d’identificazione emotiva coi protagonisti dell’impresa marittima e inserire l’osservatore all’interno del circuito innescato dall’avventurosa navigazione.

    Il vissuto talora lacerante dell’appartenenza autoctona anima l’allestimento della bosniaca Šejla Kamerić, che affida ai paesaggi visionari materializzati sull’orizzonte della baracca situata in un campo profughi l’evocazione delle segrete speranze covate dai suoi abitanti: sogni di riscatto futuro e oscuri timori si trasfigurano nelle parvenze pacate o minacciose delle mutevoli immagini a sfondo naturale, rischiarando le disposizioni psicologiche e la precarietà esistenziale di quei perseguitati in fuga dalla tragedia bellica.

    I macroscopici bulbi oculari dell’artista statunitense Tony Oursler, che irradiano da differenti postazioni il mobile quanto inquietante magnetismo della loro forza vitale verso il casuale riguardante esterno, lasciano affiorare interrogativi sulla definizione dei ruoli tra soggetto osservatore e oggetto fissato, ma la questione sembra estendersi all’installazione della canadese Paulette Phillips, in cui lo sguardo viene sospinto verso il fondo di un cono metallico rovesciato per seguire i virtuosismi di una contorsionista attraverso la girandola dei movimenti moltiplicati dai riflessi sulle lucide pareti interne. La curiosità voyeuristica che invoca tale esperienza rimanda al video girato in studio dall’inglese Mark Leckey, ove appare il pupazzo di un coniglio argenteo nell’atto di pronunciare la fatidica frase “guardami!”, assurta a titolo emblematico della rassegna per intercettare mozioni critiche sulle ambiguità connesse agli svolgimenti della lettura retinica.

    Difatti, quale orizzonte di autenticità racchiudono gli stimoli percettivi convogliati dall’atto scrutativo, e soprattutto cosa stabilisce il suo primato di verità sulle altre emozioni sensoriali, se la realtà ottica (come sperimentarono già i pittori impressionisti) non è in grado di formulare risposte affidabili sulle intime significazioni da associare a contesti o dinamiche comportamentali?

    La qualità indistinta delle immagini che abitano il lavoro della coppia composta da Giovanna Bianco e Pino Valente sembra riabilitare i limiti percettivi nella loro umana difficoltà a focalizzare le geometrie dell’universo visivo, mentre l’analogo offuscamento palesato dall’icona femminile in abiti discinti della svizzera Pipilotti Rist insiste sulla monotonia iterativa del pezzo musicale cantato per misurare il corto circuito dell’intelligibilità interpretativa.

    La sudafricana Candice Breitz e il canadese Stan Douglas dedicano invece la loro attenzione alle modalità pervadenti del modello televisivo, che irrompe nei nucleidomestici proponendo codici etici e stereotipi funzionali alla cultura di massa. Qui evidenziati dall’estenuante ripetizione video di brani dialogici desunti da telenovelas o serial assai diffusi, mandati in onda simultaneamente tramite i numerosi monitor disseminati nella sala per amplificare l’effetto banalizzante e lo svuotamento sintattico indotti dal contenuto verbale, ma anche la carica di violenza pronta a manifestarsi brutalmente entro situazioni in cui il conflitto latente investe la sfera narcisistica dell’avanzamento personale.

    Contaminando la corretta fruizione dell’immagine fino a compromettere l’ascolto regolare dei segnali audio prodotti dall’apparecchio tv, il coreano Nam June Paik ha avviato sofisticate sperimentazioni che investono il maggiore dispositivo mediatico, per mistificarne le capacità di riproduzione inquinandone al contempo l’attendibilità delle facoltà comunicative. L’installazione Una candela si avvale di videoproiettori per scomporre la luce dell’oggetto in prismi colorati, che si riflettono sulla parete attigua ricalcandone la configurazione formale e quindi delineando un paradosso intenzionale sulla commistione tra finzione ed esperienza tangibile.

    Indicazioni sulle modificazioni del divenire che intervengono nella realtà giungono anche dal turco Sefer Memişoğlu, poiché nel montare le riprese filmografiche ha adottato originali accorgimenti per incorniciare uno scorcio cittadino di aspetto turistico, presto trasformato in un ambiente di natura reclusiva nel quale si consumano atti di ostilità e piccoli gesti di crudeltà a danno di insetti per opera di bambini. La contaminazione di sentimenti ambivalenti rivela dunque il coesistere di corde interiori talvolta in disarmonia, destinate ad attivare le eventuali risonanze di flussi emozionali troppo a lungo sopiti di fronte alla marea avanzante dei conflitti latenti. Dinamica che presenta sequenze inconsuete nel video dell’inglese Gillian Wearing, ove le iniziali effusioni tra madre e figlia si trasformano inopinatamente in lotta aperta da cui irrompono tensioni fino allora rimosse.

    La ricognizione iconografica della Visitazione cinquecentesca dipinta da Pontormo, oltreché costituire un omaggio alla pittura toscana permette al video-artista statunitense Bill Viola di rielaborare il contesto rappresentativo alterandone le variabili spazio-temporali, e fornire attraverso l’estenuazione del moto rallentato imposto all’immagine una ricostruzione del racconto che si dipana in sequenze ritmiche grazie alle quali permettere ai canali percettivi di rinnovare la genesi complessiva dell’evento, superando la soglia d’accesso all’istantaneità di lettura consentita dalla tela rinascimentale.

    Senso d’impotenza nell’oltrepassare le barriere poste dinanzi al proprio cammino e frustrazione esistenziale appaiono moventi che trapelano in filigrana nelle performances dell’altro celebre americano Bruce Nauman, dove l’anonimo protagonista, di cui le riprese non inquadrano la testa individuando un’identità di estensione collettiva, si produce in transiti ripetitivi entro corridoi angusti insistendo nell’urtare con violenza contro le pareti erette davanti alla traiettoria del suo procedere. Linee di condotta che assurgono ad obiettivo di denuncia nel connotare le sintomatologie di un disagio sociale percepito come condizione asfittica priva di riferimenti utili per mantenere intatte le acquisizioni soggettive dell’esperienza.

Paolo Mastroianni