29/01/2014

 [tratto da http://romasociale.com/scuola-contro-genitori-anti-tablet-scendono-campo-gamaleri-e-rusconi/]

Qualche giorno fa, nella scuola Iqbal Masih di Roma, un gruppo di genitori autodefinitosi "dissidenti tecnologici" hanno detto di no alla preside, che dava loro la possibilità di trasformare la classe prima elementare dei loro figli in una classe 2.0. Il Ministero della Pubblica Istruzione con un progetto sull’informatizzazione, che porta ormai avanti da anni, finanzia le scuole che aderiscono all’iniziativa con l’acquisto della cosiddetta classe 2.0.

Questa prevede tra l’altro l’uso di un tablet per ogni bambino, di una lavagna Lim ed un Pc oltre ovviamente ad un tipo di didattica estensiva, per una durata di qualche ore a settimana, in cui i bambini prendono parte attiva alla realizzazione ed allo svolgimento della lezione. Abbiamo chiesto a tre esperti di scuola e didattica tecnologica il loro parere su quanto accaduto nella scuola Romana: Gianpiero Gamaleri, preside facoltà di Scienze della comunicazione università telematica UniNettuno, Mario Rusconi, presidente ANP-Roma e Stefania Grossoni docente all’ I. C. Lusitania Roma collabora con l’URP-MIUR nel progetto sulla sicurezza informatica nelle scuole.

D: Che cosa pensa del progetto MIUR sulla classe 2.0?

Gianpiero Gamaleri:

Non va sottovalutata l’esigenza che la scuola aiuti a creare in ciascun bambino/ragazzo una costruzione cognitiva ed esperienziale ben strutturata. Non credo quindi che il progetto ministeriale intenda derogare a questa esigenza pedagogica fondamentale, ma semplicemente creare in ciascun nuovi canali per una costruzione aderente a una realtà sostanziale e virtuale del mondo d’oggi. Proprio perché le nuove tecnologie possono contribuire a questa costruzione, appare importante che entrino all’interno del percorso curriculare e non siano invece un optional.

D: Che cosa pensa dei genitori che rifiutano la didattica della classe 2.0 per i propri figli?

Gianpiero Gamaleri:

La didattica con questa nuova metodologia è dosata, poiché sono soltanto poche ore a settimana. L’importanza sta nel fatto che questa esperienza non sia lasciata in alcun modo all’istinto individuale, ma si sviluppi sempre come attività collettiva tra i bambini e coordinata dall’insegnante. Sembra, infine, francamente paradossale che mentre i genitori dotino spesso i bambini di un cellulare multifunzione per placare le loro ansietà, si ribellino poi davanti alla proposta di sviluppare in classe un lavoro guidato e collettivo con tutte le potenzialità della comunicazione multimediale interattiva.

D: Il filosofo Casati sostiene la necessità di esercitare un sano principio di precauzione nel rapporto didattica e tecnologia. Lei invece cosa pensa?

Gianpiero Gamaleri:

Obbiezione giusta se lasciata al puro spontaneismo. Appare infondata se si sviluppa in un progetto guidato. Proprio la riflessione filosofica ha più che mai evidenziato che il pensato della mente e dei comportamenti umani risiede proprio nella capacità di accettare e di sfruttare nuove condizioni di apprendimento.

D: Come presidente ANP-Roma, cosa si sente di dire ai genitori dissidenti che hanno rifiutato, per i propri figli, la classe 2.0?

Mario Rusconi:

Personalmente sono contrario a ogni forma di proibizionismo ideologico poiché non si basa su dati della realtà, ma soltanto su pregiudizi spesso infondati.

D: I genitori temono sul corretto sviluppo di abilità cognitive, processi emotivi e identità personale?

Mario Rusconi:

A riprova di quanto detto prima e rispondendo a questa sua ulteriore domanda, dico che quanti si dichiarano contro la diffusione del progetto Classe 2.0 affermano poi in maniera molto contraddittoria che i bambini/ragazzi hanno poi un ampia dimestichezza con questi strumenti senza che ciò alteri il loro equilibrio psicofisico.

D: Cosa dice al dirigente di quella scuola?

Mario Rusconi:

Sono pienamente d’accordo con la preside Pascaloni, che sulla base del buon senso e della professionalità rivendica la pregevolezza dell’iniziativa e del progetto.

D: Da docente come, secondo lei, gli strumenti informatici influenzano la didattica a scuola?

Stefania Grossoni:

Personalmente ritengo che l’utilizzo del pc, dei tablet, della Lim, d’internet, in classe sia un arricchimento alla didattica e un utile strumento pedagogico. I bambini sono molto stimolati e incuriositi, poiché le opportunità sono varie e molteplici. Loro stessi partecipano attivamente alla didattica sperimentandosi sul piano personale e collettivo. La didattica tecnologica, è un tipo di didattica estensiva in cui lo strumento diventa complementare ai libri, alle esperienze e alla ricerca. Libri e device devono coesistere, ma l’uno non deve assolutamente escludere l’altro.

D: Ai genitori "dissidenti tecnologici" che rifiutano la classe 2.0 per i propri figli cosa si sente di dire?

Stefania Grosoni:

Le nuove tecnologie fanno parte dell’evoluzione sociale e sono parte integrante del quotidiano. Non considerarle come arricchimento dell’offerta formativa è un grave errore di valutazione. Per questo è importante educare i bambini, anche attraverso i genitori, a un uso consapevole di questi strumenti. A volte i genitori in maniera frettolosa negano l’utilizzo perché hanno paura di affrontare la novità che non conoscono o, peggio, fingono di conoscere.

D: Lei con l’URP-MIUR è impegnata in un progetto nazionale sulla sicurezza informatica nelle scuole. Anche in quelle elementari?

Stefania Grossoni:

Certo, si parte nell’educare i più piccoli. Gli strumenti non vanno demonizzati ma fatti conoscere per un utilizzo consapevole e misurato. Quando ci riusciamo, coinvolgiamo anche i genitori, è fondamentale che anche loro siano partecipi a questo cambiamento mettendosi in gioco con i propri figli e con loro misurarsi. Ad esempio, www.webimparoweb.eu è il social tematico che l’URP-MIUR ha creato proprio per i bambini dagli otto anni in su. E’ un’opportunità nuova di confronto e di crescita. Abbiamo proprio in queste ore saputo che anche in Francia il Ministero dell’educazione ha creato qualcosa di simile.

 

Alfonso Benevento