[tratto da www.tempi.it del 7 febbraio 2014]                           
 
Intervista a Mario Rusconi (Associazione nazionale dirigenti e alte  professionalità della scuola): «Mancano 5-7 miliardi di euro da 15 anni. Il  mecenatismo unica soluzione per uscire da questa situazione»           
            
a cura di Matteo Rigamonti                           

È  un paese strano l’Italia. Nella stessa città, la Capitale, succede infatti che,  mentre la Fondazione Roma decide di destinare gratuitamente 75 mila euro al  Liceo statale Newton per ristrutturare due aule tecniche in cambio della sola  affissione di una targhetta con scritto sopra il nome del donatore, con evidente  beneficio per gli studenti (che altrimenti quelle aule non le avrebbero mai  avute a disposizione) e per la scuola (che si assicura un notevole risparmio su  una spesa che probabilmente nemmeno si sarebbe potuta permettere), in un altro  istituto l’intervento di un sindacalista esterno alla struttura blocca un  analogo progetto in virtù del quale, sempre grazie ai denari di un privato,  l’aula tecnica avrebbe potuto essere nuovamente valorizzata. Non sia mai,  denuncia il sindacalista: così «si privatizza la scuola pubblica».

«Balle ideologiche», «sospetti infondati», replica a tempi.it Mario Rusconi,  vicepresidente dell’Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità  della scuola (Anp), organismo che sul proprio sito internet si presenta come «il  punto di riferimento più autorevole per l’analisi e la proposta in materia di autonomia scolastica». «Balle» che però,  purtroppo, non restano prive di nefaste conseguenze per il sistema  dell’istruzione scolastica italiano. Se è vero, infatti, che «di ostacoli  burocratici a donazioni di questo tipo da noi non ce ne sono», di resistenze  ideologiche, invece, ce n’è ancora troppe.

Rusconi, cosa sarebbe in grado di portare uno sponsor privato nella  scuola statale? Risorse, che sono proprio ciò che manca alla scuola  statale oggi. Gli enti locali, infatti, non hanno più disponibilità economica  sufficiente per garantire tutti quegli interventi che pure sono necessari, come  per esempio l’installazione di maniglioni antipanico, l’efficientamento  energetico, l’adeguazione alle normative antincendio oppure la bonifica  dall’amianto. E non è certo un caso se, a distanza di 15 anni, secondo le stime  più attendibili, occorre ancora la stessa cifra per ristrutturare gli edifici  scolastici italiani, ossia un ammontare complessivo compreso tra i 5 e i 7  miliardi di euro.

Come si è arrivati a questa situazione? La spending  review ha imposto sacrifici durissimi agli enti locali che hanno in gestione le  scuole statali, ma a questo occorre sommare anche gli enormi sprechi di soldi  pubblici, dalla sagra del cinghiale o della castagna fino ai vitalizi per i  giovani consiglieri regionali. Da investire nella scuola, insomma, allo Stato  non è rimasto più nulla.

Come uscire da questo cul-de-sac? L’incitazione al  mecenatismo e l’invito alle imprese private a destinare risorse alla scuola  pubblica sul modello anglosassone, per esempio, rappresentano sicuramente una  possibile via d’uscita da questa situazione. Ma perché questa strada possa  essere percorsa occorre innanzitutto convincere le aziende che investire nella  scuola conviene.

Sì ma chi lo spiega a certi sindacalisti? Occorre  sfatare il mito ideologico secondo cui la donazione di un privato alla scuola  pubblica rappresenta una sorta di privatizzazione della scuola. Non è così e mai  lo sarà, anche perché investire nella scuola non avrà mai un ritorno in termini  economici per l’azienda.

La convenienza per i privati, allora, dove sta? Sta nel  fatto che così permettiamo ai nostri figli di ultimare il loro percorso di studi  al meglio, fino ad arrivare a una qualifica professionale oppure all’università;  un percorso che, senza le scuole elementari, medie e superiori, non sarebbe mai  possibile compiere. Un privato, inoltre, che interviene destinando delle risorse  per ristrutturare una scuola statale, oppure per dotare l’istituto di aule  tecniche e computer, contribuisce a innalzare la qualità dell’istruzione,  coerentemente alla richiesta che proviene dal mercato di diplomati e laureati  che siano altamente qualificati e subito pronti a lavorare.

Altrimenti? Altrimenti in Italia continueranno a  coesistere forzatamente scuole pubbliche altamente qualificate e dotate di tutti  i migliori strumenti e servizi, semplicemente perché magari si trovano in  regioni a statuto autonomo come il Trentino Alto Adige, e istituti dove, invece,  i servizi per gli alunni sono inesistenti o fatiscenti, a volte privi della  benché minima strumentazione necessaria.