Cultura classica e nativi digitali

Antonio Cocozza

Università degli Studi Roma Tre – Università LUISS Guido Carli

 

In un recente libro di Nussbaum dal significativo titolo Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica[1], si sostiene che molti Paesi alle prese con la crisi economica, attraverso le politiche di spending reviews impongono pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore dello sviluppo di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche.

Una decisione non errata del tutto, ma che potremmo definire particolarmente “miope”, poiché in questo modo mentre il mondo diventa sempre più complesso, interdipendente e globalizzato, gli strumenti per analizzarlo e comprenderlo, nell’accezione weberiana, si fanno più poveri e rudimentali, senza una significativa capacità speculativa. Allo stesso modo, mentre l’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l’istruzione tende a ripiegarsi su poche nozioni, talvolta stereotipate, che non generano l’acquisizione di senso critico. L’autrice precisa che non si tratta di difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l’accesso a una conoscenza che nutra la libertà di pensiero e di parola, la capacità di maturare un’autonomia di giudizio, acquisire la forza dell’immaginazione, come altrettante precondizioni per una umanità matura e responsabile.

Se è vero che senza istruzione non c’è progresso, la cultura umanistica è il vero strumento in grado di promuovere in ogni  persona la capacità di autoesaminarsi e di riflettere su se stessa, a beneficio di una “cultura pubblica deliberativa più riflessiva” che, come sostiene la Nussbaum, rende critici e meno vulnerabili di fronte agli altri, all’autorità e alla pervasività delle tendenze. Non a caso l’autrice precisa che “solo la cultura umanistica educa una democrazia”, la cui essenza politicamente critica rischia di essere schiacciata dalla logica economica del profitto secondo cui il benessere di un paese si misura sulla base di criteri esclusivamente economico-numerici[2]. La maggior parte delle nazioni inseriscono i propri giovani all’interno di un contesto scolastico strutturato verso il successo puramente materialistico, piuttosto che su piani più lungimiranti che educhino ciascun cittadino alla conoscenza adeguata della storia del mondo, alla responsabilità etica, politica e morale. 

Una posizione condivisa da Eco[3], quando sostiene che il futuro sarà sempre più dominato dal “software” a scapito dello “hardware”, ovvero dalla elaborazione di programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l’applicazione. Per questa ragione, anche nel mondo dell’innovazione tecnologica, l’avvenire dei nuovi lavori è di chi sappia ragionare in modo astratto e sia in grado di sistematizzare concetti e problematizzare eventi, allo scopo di inventare programmi e trovare soluzione a problemi che nell’economia della flessibilità e della rete sorgono in modo repentino e inatteso.

A questa sfida è chiamata a contribuire anche la cultura classica italiana che secondo De Mauro[4], per rispondere adeguatamente,  dovrebbe effettuare un vero e proprio salto di qualità, in quanto da un lato le classi dirigenti dimostrano scarsa attenzione (le politiche scolastiche e formative e i tassi nazionali di alfabetizzazione ne sono una testimonianza diretta), dall’altro, la società dei letterati, autorevole dal punto di vista del suo prestigio sociale, è sempre stata autoreferenziale e non colma la notevole distanza che la separa dal paese reale.

A questo proposito, occorre riconoscere che proprio sul piano dell’apporto dell’innovazione tecnologica, sulla crescente importanza delle metodologie didattiche interattive e sul ruolo formativo del Learning by doing, la cultura classica e il sistema dei licei italiani debbono fare i conti e aggiornare la loro capacità di comprendere e guidare i fenomeni innovativi, che caratterizzano l’attuale e futura knowledge society.

Infatti, come è stato messo in evidenza in un recente saggio sul Sistema scuola[5], in merito al ruolo e allo scarso grado di pervasività nell’uso delle tecnologie, in Italia non si è ancora affermata un’efficace integrazione delle Information and Communication Technology (ICT) nei processi di insegnamento e apprendimento, poiché esse risultano essere ancora relegate nei laboratori di informatica o a pratiche professionali decisamente tradizionali.

La maggioranza dei docenti italiani, a parte alcune lodevoli esperienze pilota che stanno sperimentando nuove metodologie nelle classi 2.0, sembra che non abbia ancora compreso pienamente le opportunità e le potenzialità insite nelle nuove tecnologie, soprattutto sul piano della didattica, alimentando quel rischio che vede i ragazzi non comprendere perché la loro frequentazione con l’uso delle tecnologie informatiche sia da circoscrivere alle attività extra scolastiche, lontane dai processi di apprendimento formale. Su questo piano, le esperienze internazionali maturate in altri sistemi scolastici suggeriscono, invece, che l’integrazione delle ICT nella pratica e nella vita scolastica, benché non risolutiva di tutti i mali della scuola, appare in gran lunga una best practice utile per favorire l’insegnamento personalizzato e una buona socializzazione a un comportamento orientato a una logica di lifelong learning, in linea con la strategia Europa 2020.

Infatti, a proposito dell’influenza sempre più netta delle ICT sul sistema educativo, come chiariscono diverse ricerche[6], è necessario elaborare una diversa strategia di insegnamento/apprendimento e di conduzione delle stesse lezioni in classe, poiché l’interazione tra media digitali (ebook) e la comunicazione interattiva (smartphone, iPad,Tablet, PC), che rappresentano i fenomeni più eclatanti del mutamento sociale e dell’industria culturale all’inizio di questo millennio, stanno rivoluzionando il mondo della lettura e dello studio. I nuovi media mettono in crisi il regno della carta stampata gutenberghiana e fanno emergere una nuova cultura digitale che si afferma attraverso uno stile comunicativo orientato all’interazione attiva, all’autonoma produzione di contenuti e all’elaborazione in team (Dropbox) e alla condivisione (blog e social networks).

Sulla portata di questi cambiamenti nell’ambito dei processi educativi, come suggerisce Ferri nel suo volume Nativi digitali[7] è necessario cominciare a prendere in esame la generazione di coloro che oggi hanno un’età intorno ai sei anni, identificabili come generazione digitale, che hanno vissuto e vivono un percorso di apprendimento che li porta cronologicamente prima a confrontarsi con gli schermi, a interagire con adulti di riferimento che utilizzano il computer e navigano su Internet. Questi studenti digitali, che sono dotati precocemente di smartphone e Tablet, quando iniziano ad andare a scuola incontrano una modalità di socializzazione e di apprendimento molto diversa, lontana dal loro sapere tecnologico sempre più pratico e dalla loro cultura di auto-apprendimento.

In questa direzione, come si rileva in un recente saggio sulla pervasività dell’innovazione tecnologica e sull’evoluzione dei modelli e delle culture organizzative[8], di fronte ai notevoli e frequenti mutamenti che attraversano e scuotono le nostre società, la cultura classica svolge  una funzione imprescindibile nella capacità di “apprendere ad apprendere”, di ragionare in modo speculativo e di costruire un adeguato senso critico. Per questa ragione  l’approccio umanistico potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di una nuova cultura della qualità del lavoro, verso una prospettiva  che affronti il vero cuore strategico del superamento del pensiero neo-Taylor-fordista, che risiede nella totale e incondizionata separazione tra l’attività di chi deve “pensare, controllare e dirigere” e chi invece deve solo “eseguire” compiti elementari predefiniti ed estremamente parcellizzati. 

In definitiva, è necessario promuovere e sostenere la cultura classica, in una prospettiva di dialogo e ricomposizione dei saperi, finalizzata a contribuire a formare, come suggerisce Morin[9], “una testa ben fatta”, a favore della conquista di sempre maggiori gradi di libertà e di partecipazione responsabile e consapevole alla vita sociale, culturale e professionale della comunità.

 



[1] Nussbaum M., Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna, 2013.

[2] Nussbaum M., Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Il Mulino, Bologna, 2012.

[3] Eco U., “Il classico? La scelta migliore”, L’Espresso, 30 novembre, 2011, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-classico-la-scelta-migliore/2167159/18.

[4] De Mauro T., La cultura degli italiani, Laterza, Bari, 2010.

[5] Cocozza A., Il Sistema scuola. Autonomia, sviluppo e responsabilità nel lifewide learning, Franco Angeli, Milano, 2012.

[6] Butler A. Media Education Goes to School: Young People Make Meaning of Media and Urban Education, Peter Lang Publishing, New York, 2010; Jenkins H., Ferri P., Marinelli A., a cura di, Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, Guerini e Associati, Milano, 2010.

[7] Ferri P., Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano, 2011.

[8]Cocozza A., Organizzazioni. Culture, modelli, governance, Franco Angeli, Milano, 2014.

[9] Morin E., La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina, Milano, 2000; 

  Morin E., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2001.