Riflessioni sull'occupazione delle scuole in autunno.

Gli studenti che hanno occupato l’istituto Rossellini a Roma in questo inizio di ottobre del 2021, un altro annus horribilis dal punto di vista sanitario e sociale, ci gridano con la passione dei giovani che non ne possono più di un’esperienza di scuola ridotta e compressa, nella quale si sentono vittime della pur ragionevole e motivata paura generata da una crisi senza precedenti che ha spezzato la nostra naturale tendenza alla socialità e alla vita comune (ne parlava già Aristotele) e ci ha lasciato a casa per mesi.

Cosa è cambiato dopo le ripetute sospensioni della didattica in presenza? Cosa accade a seguito delle entrate scaglionate, troppo scaglionate che caratterizzano queste prime settimane del nuovo anno scolastico? Che nelle pieghe della crisi la conflittualità esploda, per questa come per altre criticità emerse in questi mesi ma magari risalenti a tanti anni fa come ad esempio la problematica mai risolta delle classi sovraffollate.

Quello che mi colpisce negativamente - come ho già rilevato in altri contesti pubblici - è vedere un’attenzione mediatica che in questi mesi di pandemia si indirizza verso la scuola troppo spesso è bassa speculazione giornalistica o politica, senza una vera volontà di risolvere di cooperare tra istituzioni ma solo scaricando responsabilità di eventuali inadempienze.

Sin da quando ero studente di liceo, negli ultimi anni del XX secolo, insieme ai miei compagni di classe ho sempre creduto che fosse necessario uno sguardo critico sulla realtà, e per questo mi sono già a sedici anni impegnato nel consiglio di istituto della mia scuola.

Ho sempre creduto che questo sguardo critico non dovesse però essere la scusa per il caos, il disordine fine a se stesso, l’amore per la dissonanza che già un secolo addietro animava tra le due guerre l’insurrezione che poi purtroppo portò alla reazione dei fascismi, che avvilupparono l’Europa tutta.

Per evitare di essere preda e strumento di chi su questo caos prospera, politicamente o economicamente, oggi come in passato, è necessaria la pratica dell’amore per la bellezza. Lo sguardo critico dello studente è prezioso, per i giovani, forse ancor di più per gli adulti, ma è fecondo solo se è congiunto alla volontà di ricercare nuove armonie e non semplici contrapposizioni, se rende capace chi lo pratica di scorgere meglio nuove strade per il futuro e nuove modalità per cogliere la bellezza del mondo che ci circonda. Questo richiede agli studenti e ai docenti di andare oltre il pur necessario continuo rilievo critico sulla realtà politica, sull’invadenza massmediatica e sulla banalizzazione consumistica che caratterizza i nostri anni di socialità limitata dalla pandemia, come già caratterizzava i due dopoguerra del secolo scorso e per quanto ricordo personalmente gli anni successivi alla guerra fredda.

La positività dell’essere studenti si declina, oggi come ieri, in nuove forme di partecipazione alla vita pubblica, in nuove forme di manifestazione artistica cinematografica, figurativa, musicale, più in generale nel voler continuare a narrare, a descrivere la propria esperienza di vita scolastica con spirito e curiosità sempre rinnovati.

Credo tutt’ora che sia necessario uno sguardo terso e critico al tempo stesso su ciò che ci circonda, dalla realtà circoscritta della nostra quotidianità agli orizzonti sconfinati della filosofia, dell’arte e della scienza che scruta il cosmo, delle ultime sfide della matematica, della bellezza dei poemi omerici e delle tragedie greche.

Come ho già scritto più volte agli studenti delle scuole che ho diretto se mi venisse chiesto di costruire un lessico della scuola (un esercizio che in effetti potrebbe essere stimolante per la mia inquieta creatività linguistica) la prima parola fondamentale e necessaria da declinare ed analizzare a mio parere è positività. Penso a un ottimismo della volontà che si moltiplica e diviene collettiva positività assoluta e volenterosa dello sguardo e della mente, una positività che supera quindi il gramsciano ottimismo della volontà, quella positività di chi non si sfianca dinanzi alle avversità e non perde di vista il bene comune al di là della contrapposizione politica, partitica, faziosa.

Alcune scuole si sono sfaldate nei conflitti interni, altre pur con tanta fatica hanno saputo fare gruppo e reagire insieme. Sto appena iniziando a conoscere i docenti di un Istituto superiore che quest’anno mi è stato affidato, ma da subito ho colto come, pur nella diversità delle posizioni in materia di didattica, amministrazione, politica, filosofia, quasi tutti loro credano fermamente nella necessaria anteriorità dell’ottimismo, nella necessità di vincere l’isolamento che uccide dentro molti nostri colleghi bruciandone l’entusiasmo e trasformandoli in meri burocrati o funzionari di un apparato, spegnendo la luce che ardeva nei loro occhi appena vinto il concorso da insegnante o nel mio caso da dirigente scolastico, che sia stato un anno o venti anni fa poco importa.

Quando la comunità riesce a stringersi verso un unico obiettivo, tutto si affronta meglio: alcune volte basta semplicemente la comprensione, la non opposizione per principio a rendere più facili i processi organizzativi in momenti di particolare difficoltà come quello che stiamo attraversando.

Questa situazione non è troppo diversa tra grandi città come Roma, dove le scuole si sentono una goccia insignificante in un oceano di poteri, e i piccoli paesi dove la scuola gode del dovuto prestigio sociale ma si rischia l'ingerenza politica locale. In entrambi i contesti si può toccare con mano la rottura dell’alleanza educativa a fondamento della comunità scolastica, che può manifestarsi negli scioperi o nelle occupazioni da parte degli studenti, oppure nelle martellanti richieste dei genitori e nei consigli di classe o d’istituto trasformati in arene di varie rivendicazioni. Ricostruire e ritessere i rapporti tra scuola, studenti e famiglie dopo questa rottura e le conflittualità che si è portata dietro è oggi più necessario che mai.

Continua a ripetere che trovo una grande conquista e un grande dono il fatto che il dibattito pubblico sulla scuola sia ripartito, con una passione, un’intensità e una partecipazione che non si erano mai viste a mia memoria. Probabilmente mai nella storia repubblicana si è tanto parlato di vita scolastica e di pratiche di scuola, che ripeto a mio parere è il pilastro fondamentale dello stato sociale e non solo per quanto affermato nell’art. 3 della Costituzione. Occorre anche qui essere critici e attenti, sappiamo bene come il discorso pubblico si sposta velocemente come le mode di pensiero e le mode di abbigliamento, ai tempi di Signal, Telegram e Instagram come già venti secoli addietro quando Virgilio così descriveva la fama:

monstrum horrendum, ingens, cui quot sunt corpore plumae,

tot vigiles oculi subter (mirabile dictu),

tot linguae, totidem ora sonant, tot subrigit auris. (Eneide, IV, vv. 181-3)

Tenere quindi aperta una finestra di riflessione critica è necessario come non mai. L’occupazione è una violazione della legalità, va a colpire i più deboli che non hanno alternative all’istruzione scolastica per garantire la propria formazione, quindi non può essere accettata in quanto intacca uno dei pilastri dello stato sociale. Come un sintomo, come un’anomalia che fa volgere lo sguardo di tutti può essere uno strumento, ma deve trasformarsi dopo alcuni giorni in azione politica non violenta, in programmazione, in dibattito pubblico con i decisori politici locali o nazionali.

Credo sia compito dei dirigenti scolastici incontrare e dialogare, praticare l’esperienza scolastica senza rigidità e senza inseguire l’approvazione, esercitando con convinzione un ottimismo operoso che da solo disinnesca il conflitto fine a se stesso e magari anche strumentale. Per quanto mi riguarda sono stato e sarò sempre lieto di incontrare periodicamente tutte le rappresentanze e le delegazioni di studenti, lavoratori, famiglie nell’ottica di un confronto sereno, dialogico, costruttivo alla luce del quale ho sempre improntato il mio stile di conduzione dell’Istituzione scolastica, la più ricca e poliedrica tra i luoghi di lavoro, questa nostra bella Scuola che la situazione di crisi permanente ci invoglia a narrare e rappresentare in forme sempre nuove e più creative.

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