Riflessioni su dialogo e corporeità dopo i fatti del Liceo di Venezia.

Mostrare la propria pelle, decorarla, guardarla e fotografarla è una forma di comunicazione non verbale di crescente rilevanza, una serie di pratiche e di rituali che coinvolge i giovani e gli adulti che sostituisce in modi a volte imprevedibili la comunicazione verbale e il dialogo. 

Quanto avvenuto al Liceo artistico Marco Polo di Venezia è occasione di riflessione sul rapporto tra studenti e docenti oltreché sul valore della corporeità. Mostrare la propria pelle, decorarla, vederla osservata è una forma di comunicazione non verbale di sempre maggiore rilevanza, una serie di pratiche e di rituali a volte inconsci che coinvolge molto tanto gli adulti quanti i giovani. La sostituzione del linguaggio con il dialogo che intercorre tra parti di corpo mostrate, rivestite di particolare significato non solo di seduzione non è solo qualcosa che si possa giudicare o impedire ma qualcosa che spinge alla riflessione.

Ritengo opportuno cercare strategie esemplari per ricostruire il filo interrotto del dialogo, ipotizzando un’educazione tra coetanei secondo una metodologia che da tempo sto cercando di sperimentare con i docenti interessati a una dinamica feconda tra le istanze solo apparentemente opposte ma in realtà misteriosamente correlate di affettività ed equità, una educazione effettiva e modulare, pensata e organizzata secondo i principi filosofici derivanti  dall’esemplarismo come pedagogia sviluppata nel contesto dell’etica delle virtù. L’etica delle virtù rinasce in particolare grazie all’opera delle filosofe Anscombe, Murdoch, Zagzebsky, che a partire dagli anni ’50 (Anscombe) e fino ai giorni nostri anno sviluppato una connessione feconda tra le sfere della relazione, dell’emotività, della paideia. Un tale approccio concreto e proprio per questo filosofico, consente di creare un filo relazionale resistente ed emotivamente proficuo tra persone non distanti ma che, come ha scritto MacIntyre, si sentono originariamente dipendenti.

Gilles Deleuze, filosofo francese morto a metà degli anni novanta del secolo scorso, riteneva che la superficialità avesse la stessa rilevanza veritativa della profondità, criticando l'elogio della profondità fatto dai filosofi sin dai tempi antichi, in particolare da parte dei principali esponenti dello stoicismo. Ritengo che il dialogo tra i corpi inizi sin dallo scambio tra il corpo dell'infante e il calore del corpo materno, che lo accoglie nell'abbraccio sin dalla nascita, come succede anche con il corpo del padre poco dopo. Dallo scambio del calore procede il riconoscimento di sé stessi come accettati e amati, forse proprio quello che oggi è così difficile verbalizzare.

Credo sia questo il quadro in cui inserire la dinamica del dialogo oggi mancante tra adulti e giovani, tra docenti e studenti. Entrambe le parti del dialogo educativo ritengo possano aprirsi con maggiore fiducia all'altro, in particolare accettare i consigli della docente, una professionista che mi è sembrata molto equilibrata nelle sue esternazioni pedagogiche, senza ritenerla oppressiva ma forse come evocazione di una relazione più profonda mimetizzata dal dialogo dei corpi di cui si è trattato.

La positività dell’essere studenti si declina, oggi come ieri, nel voler partecipare alla vita pubblica ma anche nel voler continuare a narrare, a descrivere la propria esperienza di vita scolastica con spirito e curiosità sempre rinnovati.

Credo tutt’ora che sia necessario uno sguardo terso e critico al tempo stesso su ciò che ci circonda, dalla realtà circoscritta della nostra quotidianità agli orizzonti sconfinati della filosofia, dell’arte e della scienza che scruta il cosmo, delle ultime sfide della matematica, della bellezza dei poemi omerici e delle tragedie greche.

Sapersi raccontare attraverso il mondo significa spalancare gli occhi e il cuore alle possibilità che l’Altro ci offre, oltrepassando non solo i confini geografici e culturali, di cui tanto spesso oggi si tratta, ma anche e soprattutto quelli emotivi che spesso sbarrano il processo di una vera inclusione.

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